Governo e voto in Emilia. Le domande che devono farsi Di Maio e Zingaretti

Politica

Manovra o non manovra, la tensione del governo è altissima e ogni giorno si rischia l’implosione. Anzi, si può parlare di autentica febbre da cavallo difficile da curare.

Un male che per certi aspetti sembra sintetizzare e riassumere tutte le recenti vicende della politica nostrana, dai governi Renzi al governo gialloverde.
Come spiegare diversamente la sibillina e minacciosa frase di Matteo Renzi indirizzata a Giuseppe Conte “il governo andrà avanti con o senza Conte”?
Una frase che vuol dire tutto. Siamo di nuovo al Letta “stai sereno”.

Come dire, tutto cambi perché nulla cambi. Con Renzi che decide quando e come staccare la spina. E oggi lo può fare con maggiore forza, dato l’oggettivo e al momento irreversibile ridimensionamento dei grillini (perdono ad ogni elezione), e l’impasse culturale (subalterno a Salvini), dei dem.

Il nuovo leader di Iv, sta diventando e diventerà sempre di più, infatti, l’ago della bilancia del futuro, ergendosi a unico antagonista della Lega nel bipolarismo che verrà.
Già plasticamente si è visto con il famoso duello che ha ottenuto il massimo degli ascolti, battendo alla grande ogni altra competizione mediatica che ha visto impegnati gli altri capi politici.
I numeri di Iv, del resto, lo dicono chiaramente. Con i parlamentari usciti dal Pd, può far crollare il Conte-2: basta un semplice ordine di scuderia.

E tutte le fibrillazioni che il “Bullo” (come lo chiama Feltri) sta attivando per sparigliare gli accordi sulla manovra e non solo (auto aziendali, plastica, zucchero etc), sono solo prove tecniche di agguato.
E sempre plasticamente i dispetti televisivi tra Renzi e Di Maio, a Conte e Zingaretti, ripetono, reiterano, i duelli ormai mitici tra Salvini e il capo politico pentastellato.

E Zingaretti? Per ora si è ritagliato uno spazio rassicurante, razionale e inclusivo. Ed è diventato di fatto l’elemento di equilibrio, di mediazione e di sintesi di Palazzo Chigi, al punto che il premier si sta appoggiando a lui, per governare.
Ma le prossime regionali in Emilia rappresenteranno il punto di non ritorno. Se il centro-sinistra perde come in Umbria, i giochi potrebbero essere fatti. Renzi ha detto che il suo partito si presenterà alle urne e quindi si misurerà con il voto. Ma sia Zingaretti che Di Maio sanno benissimo che la partita non potrà essere disputata sbagliando tattica e strategia.

E che fine farà il disegno civico che avrebbe dovuto disegnare la nuova sinistra (disegno abortito in Umbria)? Se i due partiti si presenteranno divisi rischieranno di consegnare un altro feudo storico rosso alla Lega.
E Di Maio, pur separato dai dem, convergerà su Stefano Bonaccini, che gode di stima per i dati economici dalla sua? Vincerà il tema sicurezza-immigrazione sostenuto dai sovranisti, la voglia di cambiamento, o la continuità del governo regionale, oppure il primato dell’economia? Un governatore uscente che, per ora, ha incassato pure il consenso di Renzi.

Se i grillini, patto civico a parte, continueranno nello splendido isolamento delle origini, dovranno necessariamente scegliersi un altro nome, con gli effetti che sicuramente tale scelta produrrà. In favore del resuscitato centro-destra.

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