Lega nuova Dc. Tra inchieste, Renzi e Draghi. Si Salvi(ni) chi può

Politica

Cosa troverà Salvini sotto l’albero a Natale? Di solito il carbone arriva con la Befana.

Delle due l’una. O ha accettato, anzi subìto, lo “schema-Giorgetti”, o sta cambiando clamorosamente idea rispetto alla sua rivoluzione che l’ha portato fino a ieri ad essere il leader e il partito più votato.
Giorgetti, d’altra parte, non ha mai fatto mistero delle sue posizioni governative e ortodosse (su economia, pmi, Bruxelles). Noto, infatti, il suo asse col Quirinale ai tempi del governo gialloverde, quando con Tria e Mogavero si trattata di addomesticare e rendere più commestibile un esecutivo giudicato troppo sovranista e populista.

Oggetto, lo scontro (irrisolvibile) tra il partito bossiano del Nord, il partito dei governatori del Lombardo-Veneto, quel blocco sociale che storicamente dà soldi e consenso alla Lega, opposto al partito salviniano, il partito nazionalista, del primato degli italiani, tutto sbilanciato verso il Centro-Sud, e appalto di uomini unicamente fedeli al Capitano.
E Giorgetti, ha sempre brillato per assestare continui colpetti al Capo, qualche volta aiutandolo, consigliandolo (male, a proposito della caduta del Conte-1), qualche volta bastonandolo, quando cresceva troppo. Quando si “allargava”.

Ma almeno il messaggio e la comunicazione di Salvini erano chiari: partito sovranista.
Da qualche settimana, forse perché stanno arrivando nuove tegole giudiziarie, forse perché ha capito che non si tornerà facilmente al voto, o perché sta perdendo punti percentuali nei sondaggi, si è messo in testa di costruire un’immagine più rassicurante, tranquillizzante.
La Lega3.0, ossia la nuova Dc. Con dentro tutto e il contrario di tutto: nazionalisti, euroscettici e filo-Ue, cattolici e laici, sociali e liberisti. Insomma, un fritto misto centrale e centrista.
Un progetto per mantenere quel consenso maggioritario che gli serve per tornare da protagonista a Palazzo Chigi.

Uno spostamento da destra al centro, confermato dal nuovo rapporto conflittuale con la Meloni: “Meglio perdere un punto a destra, ma guadagnarne tre al centro”. Più chiaro di così.
Ecco come spiegare la proposta incomprensibile, singolare, di un governo di emergenza nazionale, che stabilisca pochi punti, poche regole condivise, per evitare che l’Italia affoghi tra banche, numeri che non tornano, Ilva, Alitalia etc.
E magari, è la seconda volta che lo cita, con Draghi premier. Una proposta bollata come irricevibile da Fdi, ma condivisa in parte da Fi (che ha allargato al sistema elettorale), e in toto da Renzi, il quale, azzoppato a causa della nota vicenda dei finanziamenti alla Fondazione, langue nei consensi e cerca occasioni per sparigliare i giochi, assalito dall’ansia di recuperare terreno.

Insomma, centro di gravità permanente non con (o contro) Conte, Calenda, Berlusconi; ma con i due Matteo, che tirano le fila dei due schieramenti: Salvini a destra, Renzi, a sinistra (Zingaretti, Di Maio e Conte, si reggono sui numeri di Italia viva).
Il risultato però è una grande confusione sotto il sole.
Dulcis in fundo, la Lega ha raccolto le firme per rendere soltanto maggioritario il Rosatellum, e adesso vedrebbe di buon occhio addirittura il proporzionale.
Si Salvi(ni) chi può.

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