Corona virus “pedagogico”. Ha sconfitto individualismo e liberismo

Politica

Oltre al Corona virus che ci ammala e ci uccide, c’è il Corona Virus pedagogico, che ci insegna qualcosa (speriamo). Le prove sono per noi, non contro di noi.

I popoli, non è una novità, di fronte al pericolo, al dolore, ai drammi, alle carestie, alle pestilenze, i terremoti, le guerre, le crisi economiche, sono il paradigma del bene e del male insieme.
Facciamo degli esempi: è la “cronaca quotidiana al tempo del Corona-virus”.
I politici, da Conte ai governatori, prima drammatizzano, poi tranquillizzano, poi tornano a drammatizzare. Ogni volta che appaiono in tv producono l’effetto opposto. Scatenano angoscia e insicurezza. Tanto sono smentiti dai numeri e dai dati. I contagi aumentano, i morti pure. E nonostante la buona volontà e la professionalità di qualche singolo ministro, sembrano dilettanti privi di certezze.

I virologi tuonano tronfi alla luce di una scienza che (l’hanno capito tutti), non è come vogliono far credere, una religione; è giustamente relativa, vincolata a continue verifiche, aggiornamenti e dimostrazioni; quindi non dogmatica, assoluta, certa.
E in questi giorni di paura, non serve come appiglio psicologico, come zattera. Che rimane? L’auto-responsabilità.

Ma ciò presuppone un grosso salto di qualità, dalle istituzioni ai cittadini.
I virologi continuano a dire che i morti sono tutti morti “col” Corona virus e non “per” il Corona virus. Ma a parte la legittima ambizione degli anziani a vivere (pare che di loro si possa fare a meno); la domanda a cui questi esperti non rispondono è che “se non ci fosse stato il Corona Virus, gli attuali 233 sarebbero deceduti?”.
Poi, altra sentenza. Ci viene da Parisi, presidente dall’Accademia dei Lincei: “Ogni giorno i malati quadruplicano, dovevamo fare come la Cina”.
Ma si può fare come la Cina? Prima viene considerata inattendibile in quanto regime che ha nascosto la verità (la vergogna comunista), poi adesso viene di nuovo invocata come modello.

La verità è che la Cina è una dittatura e solo una dittatura diventa efficiente ed efficace quando c’è un’epidemia, quando c’è una guerra, una crisi economica etc.
L’Italia può trasformarsi in una dittatura? Mettere l’esercito per le strade, punire severamente chi disobbedisce alle regole, ad esempio quelle appena emanate dal governo?
La risposta è no. Non siamo un paese unito, non abbiamo un collante etico degno del nome.

Inutile che i vari Galli della Loggia invochino un senso comunitario, quando per decenni si è cantato il mito dell’individuo e dello Stato-assente-vigile urbano, che si deve limitare a certificare unicamente le libertà individuali, senza imporre nessuna autorità.
Inutile che ora si riscopra la priorità dello Stato-ente superiore, del bene comune, della salute, dell’istruzione-educazione civica, dell’interesse generale, quando per decenni abbiamo vissuto col mito delle privatizzazioni, della deregulation, del liberismo, del profitto, che ci hanno portato a distruggere tutto ciò che è pubblico, visto come sinonimo di male e corruzione, la sanità nostra eccellenza svenduta sugli altari dell’aziendalismo (si pensi ai tagli degli ospedali, dei posti letto, di strutture di qualità).

La fuga in massa di italioti di sabato sera, che in odore del blocco totale della Lombardia, hanno invaso la stazione centrale per scappare e tornare ai luoghi di origine (familismo), ignorando che così facendo, avrebbero contagiato il resto d’Italia, cosa vuol dire?

E i cazzoni e fancazzisti milanesi (specialmente giovani), che insistono imperterriti a popolare la movida cittadina, incapaci di rinunciare ad un’idea folle di libertà, che è sempre di più mera pulsione dell’io, mero istinto, mero desiderio obbligato a diventare diritto?
Cazzoni e fancazzisti romani, anche loro sulla stessa lunghezza d’onda dei milanesi, che si ostinano a proseguire il loro stile di vita ansiosi di difendere la loro eterna, infantile ed egoistica normalità. Basta farsi un giro per le strade della Capitale per rendersene conto. I timorosi spariscono e gli altri marciano indomiti.

Cosa si cela dietro questa visione arrogante di normalità? Una precisa concezione di vita (cene, ristoranti, palestre, gite), vacua, effimera, consumistica, totalmente narcotizzata. Che poi, come a Pompei in occasione dell’eruzione del Vesuvio, un attimo prima della morte certa, si trasformerà in apocalisse scomposta e irrazionale (la reazione dei topi in gabbia).

Proprio in questi momenti gli uomini si distinguono, non solo rispetto alle istituzioni, ma anche tra loro: c’è chi dà il meglio (i medici, i volontari, gli operatori impegnati sul campo, i cittadini disciplinati etc), e c’è chi dà il peggio (gli “ideologici”, quelli che si nascondono sempre dietro alibi, complotti, semplificazioni da quattro soldi; i “mediocri”, i superficiali che pensano al pericolo sempre distante da loro, e i “paranoici” che si tappano in casa e gridano all’untore).
Antropologia coperta da cattivi maestri che in tv cercano di ad ogni occasione di banalizzare, minimizzare, il contagio.

Il Corona Virus, infatti, ci sta appalesando tutti i limiti di una vita che non accetta i limiti all’individualismo (il flop della mistica liberale), dimostrando la possibilità e la bellezza di una vita diversa, più sobria, essenziale, nel segno della vera libertà che non è diritto a fare ciò che vogliamo, ciò che desideriamo, ma libertà dalle dipendenze; e ci sta appalesando tutti i limiti di una concezione statale, senza sovranità, senza pubblico forte, senza primato dell’interesse generale, del bene comune, della salute sul divertimento (il flop del liberismo economico).
Che gli italiani stiano per un po’ senza cinema, cene, calcio. E’ un bene, se vogliamo raddrizzarci come popolo.

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