Coronavirus. I meriti e i rischi della dittatura sanitaria

Politica

La comunicazione del premier Conte, dopo le violente critiche, è diventata più secca, più diretta.

I primi approcci all’emergenza erano stati, invece, all’insegna della felpata ambiguità, tante parole, troppo giuridichese, solo per salvare capra e cavoli. In pochi riuscivano a distinguere tra raccomandazioni e divieti.
E poi, in un paese dove il “fai da te”, l’interpretazione soggettiva del mondo sono religione; e dove la trasgressione alle regole è sinonimo di furbizia e l’obbedienza alle stesse vuol dire fessaggine, l’opportunità di addomesticare i decreti emergenziali a piacimento è stato un vero e proprio sport. Specialmente nelle zone non rosse.

Ma dall’annuncio di mercoledì sera (secondo decreto) le cose sono finalmente chiare.
Si tratta di un vero coprifuoco: tutti veramente a casa. Basta pure con le passeggiate nei parchi. E’ la dittatura sanitaria, che (ora lo abbiamo capito), presuppone una gradualità di clima e di comportamenti, che ha raggiunto il punto quasi più estremo.
Quindi, una dittatura nel senso sostanziale del termine. Dando il tempo agli italiani di abituarsi alla compressione progressiva delle libertà. E anche per impedire il peggio che molti abitanti delle città inizialmente non colpite, stavano dando: irrisione, superficialità, mancanza di rispetto, egoismo, incapacità di accettare i limiti, di rinunciare al superfluo, familismo amorale (come definire altrimenti i 9mila pugliesi rientrati di notte a rischio di contagiare il Sud?).

In soldoni, assenza di senso dello Stato, del bene comune, dell’interesse generale, nel nome di una difesa ostinata e incivile del particolare. E’ la secolare battaglia tra individualismo e comunità.
E ciò che sconcerta è vedere sulle pagine dei giornali i Soloni mediatici (e politici annessi) del globalismo, dell’individualismo, di quel liberismo che in omaggio al culto delle privatizzazioni, ha demolito la sanità pubblica, sperticarsi in prediche buoniste e umanitarie, preoccupandosi della fine della democrazia liberale, o delle ricette sovraniste che il contagio sta obbligando a varare (tutto chiuso), oppure lamentarsi dell’economia ferma: in fondo cosa sono un migliaio di morti rispetto al profitto e al Dio denaro?

La verità è che in tempi di guerra, di crisi economica, pestilenze, ci vuole l’esercito. Ci vuole appunto una dittatura, alla cinese, laddove l’auto-responsabilità dei cittadini non è sufficiente. E ne abbiamo le prove.
E poi? Tranquilli, i fanatici dell’economica, i mistici del globalismo, anti-sovranisti, si ritroveranno nuovamente insieme, uniti nell’auspicare i prestiti della Ue, finora totalmente e cinicamente indifferente al caso italiano (si è svegliata solo quando il Corona virus ha cominciato a insidiare Germania, Francia, Spagna). Non è questo l’argomento del Mes, il Fondo salva Stati, in programma? Guarda caso, ci hanno concesso di sforare i parametri, ci aiuteranno per vincolarci sempre di più ai loro canoni finanziari. Perderemo definitivamente la nostra indipendenza. E dovremo rifondere il debito con tasse e vessazioni alla greca.

Ma l’emergenza necessità di questo.
Del resto siamo una “comunità di individui”, per dirla alla Conte. No, siamo una comunità di persone. La dittatura dovrebbe andare in un’altra direzione. Non propriamente verso Bruxelles.

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