La sinistra non cambia. Fini stava a Berlusconi come Zaia sta a Salvini

Politica

E’ da un po’ di settimane che giornalisti di Palazzo, intellettuali, politici di parte e precisi ambienti economici, stanno facendo il tifo per Luca Zaia, governatore del Veneto.

Lui, secondo la nuova vulgata, sarebbe una figura professionale, preparata, competente, quel tanto di autorevolezza, quel tanto di accoglienza, bravo a mediare, indirizzare. Insomma, moderno. Non solo avrebbe gestito bene la sua Regione, ma è stato anche il più efficace, come amministratore leghista, nell’affrontare e governare il contagio. Sopravanzando di netto il suo compagno di partito Fontana, e oscurando nei sondaggi addirittura il suo capo, il Capitano.

L’autorevole quotidiano dei piani alti internazionali, il “Financial Times” lo ha definito “un astro nascente che ha offuscato Salvini”.
Cosa c’è dietro questa scoperta in casa leghista? L’interesse a creare un consenso governativo-istituzionale mirato a stabilizzare Conte o se verrà Draghi; mirato a normalizzare il potere e far passare tutte le note operazioni dall’alto che si stanno avviando proprio in questi giorni, tipo i prestiti Ue a debito, il controllo della nostra economia, l’ulteriore ridimensionamento della nostra sovranità, l’app Immuni, i vaccini etc?

Forse sì, ma non solo. Non si tratta di patriottismo peloso, ma di una trita e ritrita strategia. Vecchia di decenni. Si punta su un cavallo per distruggere la scuderia.
Qualcuno ricorda l’esposizione mediatica assolutamente sproporzionata alla statura e alla realtà, di cui beneficiarono intellettuali e politici finiani? L’obiettivo non era valorizzare, sdoganare Fini e la destra “moderna”, la quale una volta cresciuta sarebbe stata immediatamente ri-ghettizzata nel nome dell’antifascismo, dell’impresentabilità e dell’inferiorità morale. Lo scopo della sinistra politica e mediatica, indipendentemente dalle ragioni (l’economia, lo spread, le accuse di corruzione, la vita privata), era strumentalizzare l’allora inquieto alleato, per rovinare Berlusconi e far cadere il suo esecutivo. Una volta raggiunto lo scopo, i finiani infatti, sono spariti. Tornati a vegetare nell’anonimato.

Stessa cosa con Salvini, ultima declinazione “littoria” dopo il Cavaliere. E’ evidente: la sua leadership è invisa alla Ue, ai poteri forti, alle lobby, al pensiero unico laicista.
Prima ci hanno provato con la Meloni: la faccia, il simbolo, di un’altra destra (minoritaria rispetto ai numeri del Carroccio, pertanto innocua). Quando è partito l’isolamento di massa degli italiani, in piena fase dell’emergenza, Conte ha subito tentato di monetizzare la disponibilità espressa da Fdi. Naturalmente per staccarla da Salvini. Da quando la Meloni, invece, si è riaccostata alle posizioni del Carroccio, per magia è diventata politicamente inaffidabile.

L’ingerenza nel cortile leghista non è una novità. Durante il governo gialloverde, non era per caso Giorgetti (ritenuto filo-Colle), la bandiera di un anti-sovranismo padano, manageriale, aziendalista, liberista, più amico di Bruxelles che di Orban? E questa iper-valutazione non era finalizzata a disarcionare Salvini che come vice-premier e ministro degli Interni (non solo relativamente all’immigrazione, ai porti chiusi, la legittima difesa), stava imponendo un’altra concezione culturale di società e di sicurezza che otteneva consensi?
Operazioni cicliche (pure Maroni è stato oggetto di corteggiamento), tra l’altro, non riuscite. I pretoriani alla fine dei giochi, hanno sempre dimostrato di preferire la fedeltà di partito alle ambizioni personali.

E ora, come dicevamo, è la volta di Zaia. Vittima del desiderio altrui già da un paio di anni. Quando Salvini si recò al Forum mondiale delle famiglie, ribadendo la sua posizione in linea con l’idea di famiglia naturale, il governatore del Veneto, manifestando una visione più aperta alle famiglie arcobaleno, venne scientificamente candidato ad essere alternativo al Capo.

E adesso potrebbe pure scavalcarlo nel consenso dirigenziale. Emblematiche le domande ipocrite, ad esempio, l’altro giorno, di Bianca Berlinguer e di Ezio Mauro. Tutte orientate a far ingelosire Salvini. Poi, se leggiamo tra le righe, il fondo del Financial Times, scopriamo la verità. La partita non è solo politica: se tutto l’impianto governativo e politico giallorosso si regge sulla paura del ritorno di Salvini, la strategia è più ampia. Il giornale dice testualmente che Zaia “è più affidabile e meno ostile all’Europa di Salvini”.
Come volevasi dimostrare. Salvini è il male. Ma se crolla lui non si salva nessuno. Nemmeno Zaia.

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