Floyd. Dal razzismo alla bomba sociale. La strumentalizzazione dei democratici

Politica

A Minneapolis, tre cerimonie funebri in memoria di George Floyd, l’afroamericano ucciso nel corso di un controllo della polizia, lunedì 25 maggio.

Nella prima svoltasi ieri, molti giovani, non solo la comunità «black», hanno affollato il santuario della North Central University. Sul palco si sono alternati i leader di tante associazioni e anche gli attivisti che in questi giorni hanno gestito il «Memorial» sulla Chicago Avenue, davanti al drugstore, dove Derek Chauvin ha schiacciato con il ginocchio il collo di George per 8 minuti.
La famiglia Floyd ha affidato il discorso principale al pastore newyorkese Al Sharpton, figura di spicco nelle battaglie per i diritti civili: «Stiamo insieme, americani di diverse comunità e generazioni. Stiamo insieme e stavolta possiamo cambiare le cose».

Oggi la salma di Floyd, tra l’altro, risultato positivo al Covid-19 dall’autopsia, sarà portata in North Carolina, a Raeford, la città in cui era nato 46 anni fa. Un viaggio attraverso l’America che terminerà lunedì e martedì a Houston, in Texas, la metropoli dove George è cresciuto e dove si sta organizzando una cerimonia a inviti per circa cinquecento persone nella chiesa The Fountain of Praise. Sarà presente anche Joe Biden, candidato democratico alla presidenza.

Sicuramente il viaggio “attraverso l’America” (che ovviamente sarà enfatizzato dai media), e la presenza stessa di Biden, si tradurranno in un messaggio forte, imponente, contro Trump. Un’occasione imperdibile per l’opposizione all’attuale amministrazione.

Cosa dire a conti fatti? Che gli Usa oggi sono divisi più che mai. Donald Trump si avviava a una conferma presidenziale e ora le cose per lui si sono complicate. Prima del contagio e del tragico episodio che ha riguardato Floyd, i numeri economici, la politica internazionale e la sicurezza, sembravano galloni che il presidente poteva appendere, ma adesso il futuro registra più di un’incertezza.

Trump, espressione di una cultura imprenditoriale (come Boris Johnson), basata sull’efficientismo aziendale e l’ottimismo economico, come si è visto, non ha saputo gestire la pandemia con la dovuta attenzione, sottovalutando il rischio, limitandosi a polemiche con i suoi collaboratori esperti e con la Cina, rifiutando per principio l’idea di uno Stato di polizia sanitaria. E i risultati si sono visti, in termini di contagi esponenziali.

E di fronte alle reazioni popolari seguite alla morte dell’uomo di colore, ha pensato unicamente a far intervenire l’esercito, la Guardia nazionale (già mobilitata per il Coronavirus) per sedare le rivolte. Cosa che i vertici militari, al momento, non si sognano di fare. Non vogliono essere strumentalizzati per evidenti motivi elettorali.

Ma il tema non è solo il razzismo. La narrazione che sta passando in Europa è l’ennesimo atto di intolleranza della Polizia “bianca” che storicamente colpisce la comunità di colore. Intolleranza in qualche modo, in linea col pensiero del presidente, accusato da sempre di essere vicino ai suprematisti. E tutti, dai politici agli intellettuali, fino a papa Francesco, stanno concentrandosi su tale argomento. Quasi giustificando le tristi notti americane, come legittima reazione, una sorta di eccesso di difesa.

Sicuramente la scintilla è stata questa. Ma la reazione, le rapine, i saccheggi, le devastazioni di negozi, gli incendi alle macchine e gli atti di teppismo (che hanno causato tre morti), allargano il perimetro ad un altro dato: la questione sociale, la povertà, il fallimento di un modello economico e la mancanza di integrazione reale tra le comunità etniche. Che il patriottismo americano non riesce a risolvere.

E poi, una cifra che contraddistingue tutti: la violenza. Segno genetico di un popolo come gli americani. Un paese dove la pena di morte è istituzionalizzata, è ovvio che la morte per le strade possa essere un metro abituale per la gente.
Quindi, una bomba sociale, accentuata dagli effetti del Coronavirus, che si sta prestando poi, ad una strumentalizzazione di segno opposto a quella del presidente Trump: quella democratica, del mainstream culturale radical e liberal, che ha come scopo soltanto la defenestrazione del tiranno.

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