M5S, Di Maio tende la mano a Di Battista che non si fida. Ecco perché

Politica

L’indiscrezione l’ha lanciata Dagospia e va presa come tale, ma anche in politica come del resto in matematica, se i conti tornano alla fine un fondamento di verità ci deve stare comunque.

E così ecco che arriva una chiave di lettura interessante sul movimentismo di Alessandro Di Battista e sul perché abbia deciso di sfidare Grillo e Di Maio sulla leadership, chiedendo la convocazione di un congresso e una sorta di resa dei conti nel Movimento 5 Stelle. In realtà quello di Dagospia è un mezzo scoop visto che di questa cosa si era già parlato nel 2018.

La notizia è quella di un patto segreto fra Dibba e Di Maio benedetto da Grillo sulla leadership. “Giggino” avrebbe assunto la guida del Movimento alle elezioni del 2018 mentre Di Battista sarebbe stato fermo un giro. Poi però alle successive elezioni il timone sarebbe passato direttamente nelle mani di quest’ultimo che avrebbe avuto campo libero nel formare le liste: in considerazione del fatto che la maggior parte dei parlamentari pentastellati sarebbero andati a casa avendo svolto due mandati consecutivi. 

Il fatto è che adesso Grillo e Di Maio stanno lavorando per stravolgere le regole mettendo in discussione proprio il principio dell’incandidabilità dei parlamentari che sono al secondo giro. Questo significa che se saranno concesse deroghe e ai parlamentari sarà data facoltà di candidarsi per la terza volta, verrà meno il patto sancito a suo tempo da Di Maio e Di Battista. Con quest’ultimo che si sarebbe sentito di fatto tradito sia dal leader maximo Grillo ma ancora di più dall’amico Giggino. Da qui la decisione di rompere gli indugi e di andare allo scontro non fidandosi più della parola data.

Questa la ricostruzione di Dagospia, che alla luce degli ultimi sviluppi appare altamente credibile, se si pensa che nel Movimento non sono pochi i malumori circa il tentativo di cambiare le regole e prorogare i mandati dei parlamentari.

Di Maio da parte sua tenta di gettare acqua sul fuoco richiamando tutti all’unità. Intervistato da Il Fatto Quotidiano il Ministro degli Esteri ha risposto a Di Battista dicendo: “Nominare un nuovo capo del M5S potrebbe deresponsabilizzare molti, spingendoli a sollevare problemi. Bisogna invece partire dai nuovi obiettivi di M5s, il suo programma per i prossimi 10 anni”. A Dibba manda segnali distensivi: “Non credo che Alessandro prema per fare il capo politico. Anche per lui vengono prima i temi, e un programma basato non sull’io, ma sul noi. E Come Grillo vuole un bene dell’anima al Movimento”.

E nelle ultime ore sta riprendendo quota l’ipotesi della formazione di un direttorio composto dai rappresentanti delle varie anime, partecipato anche da Grillo e Di Battista. Una contromossa che potrebbe diventare inevitabile per fermare quest’ultimo. Anche perché, se fino a ieri gli “ortodossi” (dall’eretico espulso Paragone alle ex ministre Giulia Grillo e Barbara Lezzi) erano orfani di fronte al fatto che Di Battista non si palesava mai ufficialmente come leader, ora che è invece uscito apertamente allo scoperto, ha permesso a chi da tempo è molto critico con la linea di condotta, di poter parlare avendo un leader alternativo su cui puntare. Insomma, di fronte alla concreta possibilità di andare ad un congresso, o stati generali che dir si voglia, che porterebbe quasi certamente alla spaccatura ufficiale dei 5Stelle, la costituzione di un direttorio parrebbe l’unica soluzione possibile per far calmare gli animi e mediare le varie e diverse posizioni in campo.

Beppe Grillo nel frattempo continuerebbe a tessere la rete per rafforzare l’asse con il premier Conte come riporta il Corriere della Sera. L’ex comico, insieme a Di Maio, alla squadra ministeriale e a buona parte del gruppo parlamentare, sarebbe deciso a blindare il governo ad ogni costo pur di evitare il voto anticipato, considerato una iattura per i 5 Stelle. E non a caso sembra che in queste ore proprio Grillo, in accordo con il premier e il contributo del Ministro degli Esteri e, starebbe lavorando per smussare gli angoli in vista di una possibile apertura all’utilizzo del Mes, il Fondo Salva-Stati che fino ad oggi Conte ha detto di non essere intenzionato ad usare consapevole della contrarietà di larga parte della compagine grillina, reggente Crimi in testa. Ma il Pd preme perché l’Italia vi faccia ricorso e molto probabilmente anche il premier si starebbe convincendo della necessità di non buttare all’aria la possibilità di sfruttare i fondi del Salva- Stati per far fronte alle spese sanitarie. Ma nei 5 Stelle la resistenza è ancora molto forte. Basterà l’esigenza di scongiurare il ritorno al voto a convincere i parlamentari grillini che sul Mes sarà meglio turarsi il naso?

 

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