Nel Pd crescono i No al referendum: appello di Zingaretti agli alleati

Politica

Non è un momento facile per il Partito democratico. L’accordo con il Movimento 5 Stelle alle regionali di settembre è fallito nonostante il pronunciamento favorevole degli iscritti della Piattaforma Rousseau e si fa sempre più concreta la possibilità che i dem possano perdere le due regioni considerate in bilico, la Puglia e le Marche, dove l’intesa con i grillini avrebbe potuto ribaltare la situazione.

E non è tutto, perchè ad agitare le acque c’è anche il referendum sul taglio dei parlamentari che vede il Nazareno fortemente spaccato, con due veri e propri schieramenti contrapposti. Da una parte c’è il fronte del Sì capeggiato da Dario Franceschini, che ritiene necessario sostenere la battaglia della riduzione dei parlamentari in un’ottica di rafforzamento dell’asse con i 5 Stelle, dall’altra il fronte del No capitanato invece da Matteo Orfini. Per il Sì sono schierati anche il vicesegretario Andrea Orlando,  il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, il costituzionalista Stefano Ceccanti, l’ex segretario Maurizio Martina.

Ma anche il fronte del No annovera nomi di peso, fra cui quello del ministro Lorenzo Guerini, dell’ex capogruppo Luigi Zanda, di Gianni Cuperlo, di Ugo Sposetti, del governatore campano Vincenzo de Luca, di Tommaso Nannicini ecc. E poi ci sono gli indecisi, quelli che non nascondono i propri dubbi pur senza aver ancora assunto una decisione definitiva.

Una situazione che sta mettendo in difficoltà il segretario Nicola Zingaretti che vorrebbe arrivare al referendum con una posizione unitaria. “Faremo fra qualche giorno la direzione nazionale del Pd per assumere un orientamento” ha detto senza sbilanciarsi troppo. Ma la possibilità che il partito possa ricompattarsi per il Sì appare ipotesi molto remota. 

Il segretario però ci prova e si appella agli alleati affinché possano facilitare il percorso unitario rimuovendo gli ostacoli che stanno spingendo diversi parlamentari e dirigenti dem a sostenere le ragioni del No. “Il Pd ha deciso un anno fa di procedere al taglio dei parlamentari – ha spiegato Zingaretti – ma parallelamente era stato deciso di fare modifiche regolamentari per rafforzare il cambio strutturale. Se questo non avviene non è un problema del Pd che lo ha chiesto, ma di tutta la maggioranza. E confido che il presidente Conte e l’intera maggioranza capiscano che è un tema da affrontare”.

In un’intwervista al Corriere della Serra Zingaretti aggiunge ancora: “Questo permetterebbe anche di interloquire con i tanti dubbi e le perplessità che stanno crescendo; soprattutto in riferimento ad una insopportabile campagna in atto all’insegna dell’anti politica. Naturalmente il Sì va considerato solo un primo passo, in sé insufficiente di una riforma complessiva del bicameralismo e dell’insieme dell’attività legislativa. Come vede, pur nel pieno rispetto dell’autonomia di coscienza di ciascun cittadino, mi impegno a costruire le condizioni più ragionevoli alla scelta del Sì” ha poi specificato il governatore del Lazio.

Il problema è che il tempo è poco e difficilmente prima del 20 settembre si potrà approvare una bozza di nuova legge elettorale almeno in un ramo del Parlamento. Il timore di Zingaretti è evidente: da una parte c’è l’esigenza di tenere in piedi la maggioranza, fatto questo che obbliga i dem a schierarsi con il Sì su quello che è un cavallo di battaglia dei 5 Stelle, dall’altra la necessità di non spaccare il partito accrescendo il malumore della componente che non vede di buon occhio un inseguimento dei grillini sul terreno dell’antipolitica.

Proprio Orfini e Cuperlo hanno lamentato negli ultimi giorni l’eccessiva predisposizione del Pd ad assecondare i desiderata del M5S, anche di fronte alla mancanza delle garanzie richieste per poter procedere al taglio dei parlamentari. Per i due dirigenti è un grave errore incamminarsi in un “vicolo cieco”.

“Ci fu garantito che il taglio sarebbe stato preceduto da una nuova legge elettorale proporzionale – ha attaccato Orfini – e accompagnato da modifiche costituzionali in grado di garantire che quel taglio non sfasciasse l’impianto costituzionale. Quegli impegni non si sono realizzati. E ora come se niente fosse votiamo lo stesso sì? Praticamente possiamo solo dire sì a ogni capriccio del M5s, anche se si tratta di distruggere la nostra democrazia?”.

Un rebus molto difficile da risolvere per il segretario dem.

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