Referendum, nel centrodestra crescono i malumori. Tutti i NO da Borghi a Crosetto

Politica

“Sono convinto che la vittoria del No farebbe cadere questo governo e rappresenterebbe la fine di una stagione, iniziata nel ’92, di delegittimazione della politica a favore della tecnocrazia”. Parole e musica di Claudio Borghi, parlamentare della Lega e presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio che in un’intervista a Huffpost spiega perché voterà No al referendum sul taglio dei parlamentari, contrariamente alla linea ufficiale dettata dal segretario Matteo Salvini.

“Ho sempre detto che delegittimare i rappresentanti dei cittadini da parte dei cittadini non era una buona idea – ha spiegato Borghi – E’ come se nell’antica Roma, dopo aver versato sangue per ottenere i tribuni, a causa di due incapaci li abolissero anziché cercarne due migliori. Lo sostenevo anche prima di entrare in politica. Ci sono due momenti diversi. In democrazia rappresentativa, gli eletti votano in Parlamento sulla base del mandato degli elettori. E poi c’è il referendum. In questa fase il politico ha esaurito il suo dovere, diventa un cittadino come un altro. La cosa bella è proprio che decidono i cittadini: si informino e votino di conseguenza”. Borghi sembra l’unico della Lega uscito ufficialmente allo scoperto per dire che non seguirà la linea del partito che è quella di votare Sì.

Una linea che in verità, stando ai rumors di stampa, non sarebbe condivisa da diversi parlamentari e dirigenti del Carroccio che nel segreto dell’urna sarebbero pronti a votare No soprattutto con l’intento di mettere in difficoltà la maggioranza e il governo. Lo stesso Salvini pare che inizialmente avesse coltivato la prospettiva di dare la spallata al governo sostenendo il No, ma poi avrebbe valutato l’inopportunità politica di una scelta che avrebbe offerto ai 5 Stelle il pretesto per accusare la Lega di essere inaffidabile e poco seria.  “Io ho votato sì quattro volte in Parlamento al taglio dei parlamentari e voterò sì al referendum. E a chi mi domanda qualcosa ripeto che voterò sì”,  ha detto Salvini. Anche se appare evidente come l’impegno dell’ex ministro dell’Interno sia concentrato molto sulle elezioni regionali e poco, o per nulla, sul referendum.

Tutto il centrodestra ufficialmente si è schierato per il Sì anche se i malumori e le divergenze sono molteplici. Soprattutto Forza Italia è il partito più lacerato dalla decisione di sostenere il taglio dei parlamentari, confermata da Antonio Tajani e Mariastella Gelmini. Si sono dissociati pezzi grossi degli azzurri come Renato Brunetta, Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo, Andrea Cangini, Deborah Bergamini, Simone Baldelli, Francesco Paolo Sisto, Osvaldo Napoli. Si fa forse prima a contare quelli che seguiranno la linea del partito che i tanti che voteranno No.

In Fratelli d’Italia si è levata la voce critica di Guido Crosetto. “Il referendum – ha twittato nei giorni scorsi – si sta caricando di significati superiori al taglio del numero dei parlamentari. Quasi fosse una linea di demarcazione tra due modi diversi di considerare la politica, le Istituzioni, lo Stato. Forse anche chi ha votato la legge dovrebbe ripensarci con calma”. Un invito a Giorgia Meloni a riconsiderare la linea del Sì che il partito ha confermato come scelta di coerenza pur nella consapevolezza che, una vittoria del No, sancirebbe la fine del governo.

E c’è chi fa notare come quattro anni fa la scelta di votare No al referendum sulla riforma costituzionale targata Renzi fu dettata unicamente da ragioni di ordine politico, ovvero far cadere il governo come poi avvenuto. Ma il timore di appaltare al Movimento 5 Stelle la battaglia contro i costi della politica è troppo grande, e alla fine mantenere punti nei sondaggi cavalcando la probabile vittoria del Sì sembra prevalere sulla possibilità di far saltare Conte. Ma nel segreto dell’urna può succedere di tutto.  

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