Referendum. La vittoria del Sì? L’invidia sociale e la ghigliottina contro ragione e parlamento

Politica

Naturalmente Di Maio, come ha fatto, si intesterà la vittoria (69 a 30) del referendum sul taglio dei parlamentari. Celando, sottovalutando, soprassedendo sui numeri deprimenti dei suoi candidati alle regionali e sui risultati insufficienti dell’alleanza giallorossa, dove tentata (Liguria), a discapito anche dell’immagine di Conte. E c’è da capirlo, visto che il Movimento ha tradito tutte le sue battaglie identitarie, e si è tenacemente e voracemente attaccato all’ultimo tema che gli è restato. Per non lasciare definitivamente la coerenza del passato nelle mani di Di Battista e di Fico, consegnando l’ala governista e istituzionale al massacro della storia: il suicidio assistito dei 5Stelle.

Perché una cosa è certa, dal voto regionale, dati alla mano, escono dimezzati i grillini, è di fatto indebolito il premier, sono leggermente rassicurati i dem, esce ridimensionato Salvini e leggermente rassicurata la Meloni.
Ma andiamo per ordine, limitandoci al referendum. Chi ha vinto o perso in verità? Da una parte, è indubbio, il no, battuto in partenza soprattutto sul piano psicologico e ideologico (la moda dell’antipolitica) ha recuperato all’ultimo, ma non al punto di pareggiare la partita. Ancora, va detto, è diffusa nella società italiana una forte venatura populista, anti-casta, non più maggioritaria come qualche anno fa, ma ancora prevalente. Una sorta di antiparlamentarismo inconscio e incosciente che porta inesorabilmente non alla buona politica, ma al commissariamento autoritario della politica sia, come già accaduto, nel nome della tecnocrazia-Ue alla Monti, sia, come sta accadendo, nel nome del Regime-Covid (la gestione politica del virus).

Da qualche giorno, infatti, si sentiva un certo cambio del vento. L’esigenza di allargare gli spazi di libertà rispetto a un esecutivo che ha compresso la Costituzione e i diritti del parlamento e l’esigenza di tutelare i territori, rispetto a un pericoloso verticismo centralista. Ma i grillini (forse questa è la vera vittoria), sono riusciti nell’intento di continuare a vellicare, rappresentare e guidare l’eterna lotta di classe contro il Palazzo, contro chi schematicamente e pregiudizialmente è percepito come privilegiato, ingiustamente premiato, favorito.

Una nuova lotta di classe alimentata dall’invidia sociale, il famoso “perché non io”, ammantato da un’astratta, quanto falsa e ipocrita giustizia sociale o battaglia contro la corruzione partitocratica. I grillini hanno questa orrenda responsabilità morale. Una nuova lotta di classe, non più inquadrata dentro categorie ideologiche e collettive marxiste, ma dentro l’individualismo di massa: la società delle pulsioni dell’io. Uno vale uno.
Un modo per puntellare la parte peggiore degli italiani. E’ ciò che avanza del peggiore populismo, che tutto semplifica e tutto ghigliottina.

E i partiti di centro-destra (in primis, Lega e Fdi)? Pagano la loro vigliaccheria e furbizia elettorale. Una posizione politica decisa senza contenuti, motivazioni solide, che scredita ancora una volta il sovranismo in salsa tricolore.
Inizialmente hanno seguito la moda, evitando di lasciare la bandiera del sì, dato per trionfante, a Di Maio. Specularmente al medesimo atteggiamento assunto dal Pd, per non far cadere il governo. Il loro sì era, ed è, meramente strutturale e organizzativo: sono partiti-persona e preferiscono pochi parlamentari per meglio controllarli e governarli. Senatori e deputati col compito militare di seguire gli ordini dei capi-gruppo, delle segreterie, battere i tacchi e spingere i pulsanti.

Poi, siccome Salvini e Meloni, sono più in sintonia con la società, rispetto ai dem e agli attuali grillini, hanno cominciato a cambiare rotta, inviando però, messaggi altamente contraddittori.
Emblematica la dichiarazione della Meloni: “Voto sì, ma se vince il no il governo Conte va a casa”. Per non parlare delle posizioni di Giorgetti e soci.

Salvini e la Meloni, eviteranno magari di offrire la palma del vincente unicamente a Di Maio, ma certamente hanno rinunciato alla possibilità di mandare sul serio il governo a casa. Urge una domanda: in tempo di Covid vogliono veramente abbattere Conte o limitarsi a una più comoda rendita di posizione, evitando le difficoltà della pandemia e la questione Recovery Fund, la distribuzione dei soldi da Bruxelles?
Un mistero non tanto mistero. Appartiene al teatrino della recente vecchia-nuova politica.

 

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