Governo. Il nuovo bipolarismo italico: costruttori vs volenterosi

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Se oggi il passaggio in aula di Conte sarà all’insegna della mediaticità, assolutamente in linea con la sua svolta “Napoleonico-pandemica” (ha lavorato al discorso 24 ore su 24), e tutti i partiti ne approfitteranno per trasformare la diretta parlamentare in un’arringa da osteria, in polemica e comunicazione strategica; domani, invece, si parrà la nobilitate di tutti. E si vedranno se i giochi hanno funzionato, oppure no.

Non passa giorno, infatti, che giornali e tv ci documentano sul borsino dei costruttori. Al mattino ce la fanno, hanno i numeri sufficienti per puntellare il premier; nel pomeriggio non ce la fanno, registrano defezioni e litigate assurde, come quella che ha riguardato Mastella e Calenda. Di notte infine, arrivano le telefonate e si rimescola ogni cosa.

Quota 161 è la soglia di sopravvivenza del governo. Ma le partite che si stanno incrociando sono tantissime, mentre il capo dello Stato Sergio Mattarella, assiste austero e imperterrito. Per lui, come da Costituzione, il ragionamento è semplice: se Conte ha la maggioranza il governo va avanti, se non ce l’ha, o governo di scopo che traghetta l’Italia verso le elezioni, incassando prima il Recovery, o il voto e certamente prima del semestre bianco. Anche se il Quirinale teme come una iattura l’eventualità che vincendo il centro-destra, il suo successore possa essere un uomo non gradito a Bruxelles.

Da una parte, abbiamo il neo-costituito gruppo “Maie-Italia 23”. L’apripista non solo per stabilizzare la maggioranza del presidente del Consiglio a Palazzo Madama, ma pure per disegnare un progetto a lunga scadenza: il partito del premier, cattolico, moderato, europeista, ecologista, vicino alle Acli e al Ppe. Tra i papabili costruttori: Martelli, De Falco, Drago, Carbone, De Bonis, amici di Mastella (tutti ex grillini o gruppo misto o altro). Un’idea già di Casalino che Conte ha accettato a fatica, temendo lo stesso effetto-Monti con Scelta civica, un partito che ha di fatto depauperato l’esperienza istituzionale da risorsa della Repubblica del professore-tecnico. Ma che comunque, può essere interessante nell’ottica futura di un riposizionamento del bipolarismo italiano: un centro-destra post-sovranista, contrapposto ad un Ulivo2.0, riformatore, formato da un centro (Conte), un centro-sinistra liberal-democratico (Renzi e Calenda), una sinistra (Pd e Leu), e un’area movimentista (ciò che resta dei grillini).

Un mix, quello di “Italia23”, di poltronismo, trasformismo e di senso delle istituzioni. Ma se ci sono i “costruttori” ci sono pure i “volenterosi”, ossia, quelli che specularmente, si stanno sganciando dai partiti di centro-sinistra e che, in funzione anti-Conte, faranno mancare i numeri al Senato. Borghi e Centinaio li stanno raccogliendo (si parla di uomini vicini alla Grillo, alla Lezzi e a Fioramonti), col consenso del Capitano: “Porte aperte a chi vuol venire”. Sull’altro versante, pare non riuscita l’operazione giallorossa “acchiappa Udc e forzisti ribelli”. I rispettivi partiti hanno detto assolutamente no.

E Renzi? Ha aperto la crisi e ha già comunicato che molto probabilmente si asterrà, difendendo di fatto il governo.
Ci ha ripensato? No, è un trappolone: vuole far implodere la maggioranza per arrivare a un nome, magari del Pd, che sostituisca l’avvocato del popolo. E nello stesso tempo, tenersi libero di fare il guastatore e il costruttore insieme. Una tattica non apprezzata dai suoi, al punto che qualcuno sta tornando nella casa dem, a partire da Nencini.
In soldoni, Conte si gioca tutto. Ma l’uomo è abituato al camaleontismo.
Tenterà di collegare la sua sopravvivenza a una maggioranza Recovery che possa oltrepassare la mera sommatoria dei partiti. E se la suggestione non funziona, la strada sarà un governo di minoranza, come è già accaduto in passato, col Berlusconi IV, con D’Alema e Dini.
Governo tipicamente italiano, già contemplato con articoli dotti dai giornaloni che contano. Segno che l’ipotesi non è peregrina.

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