Centro-destra e la crisi. La comunicazione contorta della Lega. Ecco perché

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Capisco le difficoltà di Salvini. Oggi il trio supremo del centro-destra, Tajani, il Capitano e la Meloni, si recherà al Quirinale e ripeterà la solita narrazione. Quella trita e ritrita, che i tre partiti hanno enfatizzato in ogni esternazione pubblica possibile. Narrazione che poi, se analizziamo bene, già si poteva, come si può ancora, prestare a interpretazioni “double-face”.

Fi, dal canto suo, ha sempre parlato di governo di salvezza nazionale, o di larghe intese, forte della sua tradizione “modello-Nazareno” e, in alternativa, “se non si realizza, meglio il voto”. Salvini, invece, l’ha presa sempre al contrario: “Meglio il voto; ma se non si dovessero sciogliere le Camere, allora rifletteremo, valuteremo”. Il che vuol dire la medesima cosa.
Un’ambiguità che si è vista plasticamente nella difficile e a tratti imbarazzante, intervista con Floris, dove è emersa tutta la sua insofferenza e fatica a stare col piede in due staffe. Ossia, conciliare la leadership dello schieramento, che lo obbliga a chiedere il “voto subito” (per timore che Berlusconi scappi al centro e cominci a collaborare con il Palazzo), voto che non sarà concesso e, nello stesso tempo, evitare il forte recupero della Meloni sul suo elettorato più identitario (Dio-patria-Famiglia), personalità politica percepita come maggiormente coerente. Ergo, insistere negli slogan.

Non dimentichiamo che per Salvini questi pericoli sono un autentico incubo. Specialmente da quando ha perso 17 punti percentuali nei consensi. Un incubo, al punto che la sua comunicazione a “DiMartedì” è stata balbettante, scarsamente incisiva, contorta e poco comprensibile. Non si può urlare “elezioni” e presentarsi con un papello di “proposte per tutti”, senza assumersi poi, la responsabilità delle proposte e delle risposte (alcune di queste oggettivamente interessanti e valide).

Ha dato la medesima impressione di Renzi: fuggire di fronte agli impegni troppo gravosi. Se ne è andato dal governo gialloverde, quando aveva l’Italia in mano, adesso non partecipa a una costruzione collettiva, dettata dall’emergenza economica e pandemica. Quindi, parla a vuoto. E il paese in questo momento non se lo può permettere.
E, altra considerazione, il suo codice non regge più: una comunicazione da spot, totalmente avulsa dalla conoscenza dei contenuti e delle dinamiche costituzionali. Continuando così, esploderanno tutti i limiti del populismo mediatico. Tradotto, la Lega rischia di condannare, milioni e milioni di italiani, a stare dentro una bolla mediatica improduttiva e incapacitante, parallela alla realtà vera, fatta di logiche da seguire, razionalità e soprattutto, di mediazione. Questa è la politica in una Repubblica parlamentare.

A temi concreti e prospettive specifiche, non si può rispondere con enunciazioni ideologiche astratte, da effetto-tweet che durano solo qualche minuto televisivo, come la droga, la famiglia (per recuperare sulla Meloni), e contestualmente fare il patriota, proponendo idee per l’Italia (per scippare il ruolo moderato a Berlusconi); e alla fine, decontestualizzare il tutto, con la richiesta legittima, ma impraticabile, del voto.
Proprio nelle ultime ore, Salvini sembra aver spostato leggermente il tiro. Ha detto che se sparisce Conte, se ne può parlare (altro tipo di governo).
Ma pure se dovesse realizzarsi questa possibilità, i nodi verranno al pettine. Come farà a rappresentare europeisti (Giorgetti) ed euroscettici (Borghi, Bagnai, Rinaldi); cattolici del Family Day e ultra-laicisti come Molinari, Zaia, la Bongiorno; liberali e sociali, statalisti e liberisti?
In fondo, la ricetta atipica con i grillini, il “contratto gialloverde”, ha funzionato una volta sola. E male. E indubbiamente si riproporrebbe pure ora l’impossibilità di dialogare con gli avversari su temi dirimenti, come la sicurezza, l’immigrazione, lo Stato sociale, Bruxelles, l’economia, la centralità della vita, la famiglia naturale, il no-gender etc.
A meno che, non si parli di un governo tecnico, con figure esterne alla politica.

Insomma, una mutazione genetica che la Lega rischia si affrontare con spirito maldestro e tanta superficialità. Già è un partito-minestrone, un partito-arcipelago. Già l’uscita dalla Padania verso lidi nazionalisti è stata male assorbita dallo zoccolo duro del Nord (governatori e classe dirigente). Lo stesso progetto moderato attuale (la Lega popolare), potrebbe scontentare e allontanare tutto l’elettorato destrista che ha catturato, approfittando del vuoto lasciato da An (gradualmente e solo recentemente rioccupato con successo anche dalla Meloni).
Eppure Giorgetti non molla: da mesi spinge per un perimetro più tollerato dal Quirinale e dalla Ue: si pensi al Ppe e all’accordo-protocollo con la Csu bavarese. Lontani i tempi dell’internazionale sovranista, col Fn francese, Vox spagnola, la Brexit e il trumpismo.
Ma anche questa operazione pare all’insegna degli spot. Specialmente quando la palla ripassa al Capitano. Come si fa a parlare di “italianismo” non più sovranismo, di Marcello Pera e di Berlinguer in un mese (citazioni dotte di Salvini), senza spiegarlo bene? Il marketing non può coincidere con la politica, vita natural-durante.

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