Fico-scelta. “Mai con i 5Stelle”, “Mai col partito di Bibbiano”, “mai con Renzi”, ma faranno il governo

Politica

Questa settimana sarà decisiva per le sorti dell’Italia. Fico dovrà sciogliere la riserva, affidare a qualcuno la formazione del nuovo governo, oppure passare la mano.

Come abbiamo detto, se il presidente Sergio Mattarella, avesse pensato a un governo istituzionale, o di salute pubblica, avrebbe dato la palla alla seconda carica dello Stato (la presidente del Senato); invece, almeno come prima scelta, da custode della legalità costituzionale, ha preferito percorrere la via parlamentare e quindi, la verifica di una possibile maggioranza. A partire da quella uscente.

E’ ovvio che il tentativo di Fico sia in perfetta coerenza con i binari indicati dal Quirinale. Dopo di che, se crolla tutto, torneranno in campo le altre opzioni.
E come ormai è noto, il tema centrale è il “rientro a casa” di Renzi e la conta di quei responsabili che ancora non ha dato i numeri sperati. Ma la campagna-acquisti non è finita.
E il leader di Iv sta dettando le regole (con i suoi 16 senatori, le avrebbe dettate anche se restava in sella il Conte2): parla di percorso, di contenuti e poi, solo poi, di nomi. E’ del tutto evidente che la vittima sacrificale del suo progetto sia Conte. E per questo, è disposto a negoziare argomenti su argomenti, avendo già ottenuto un’apertura da parte dei 5Stelle. I grillini, la definiscono spiraglio, anche perché, sulla cosa hanno incassato una forte resistenza interna (Di Battista docet).
Recovery, vaccini, Mes, reddito di cittadinanza, sono le armi che i partiti direttamente interessati, stanno puntandosi addosso, con tanti, troppi, veti incrociati.

Ma d’altra parte, una maggioranza che si è cementata, avendo gridato, preliminarmente, “mai con i 5Stelle”, “mai col partito di Bibbiano”, adesso può comodamente accomodarsi, pure dopo aver detto “mai con Renzi”.
Se da un lato, non stupisce più la liquidità opportunistica del Movimento, che da rivoluzionario, è diventato conservatore, istituzionale, governista, avendo tradito tutte le battaglie identitarie che lo hanno portato al successo delle scorse elezioni politiche, colpisce l’atteggiamento del Pd. Un partito, da tempo, in grave crisi di identità. Non è più clintoniano (forse ora con Biden ci sarà un sussulto mediatico), non è più liberal-progressista, visto che il ruolo glielo ha scippato Renzi; non è più social-democratico o neo-post-comunista. Cos’è? Neanche Zingaretti lo sa. Ha da decenni abbandonato la rappresentanza degli ultimi, è oggettivamente la bandiera dei primi, dei garantiti (il suo elettorato è mutato radicalmente); la bandiera dei difensori dello status quo economico, sociale, culturale (partito radicale di massa).

L’unico residuo di ideologia che sciorinano i dem, è un vuoto europeismo. E ha ragione Luca Ricolfi. In un suo brillante articolo, ha spiegato a chiare lettere quanto questo riferimento sia una mera posizione etica, astratta, senza costrutto e senza rapporto con la realtà. Per tante ragioni. Per il fatto che la stessa Ue non può essere un punto di riferimento ottimale, date le contraddizioni che la attanagliano (politica vaccinista, politica economica, politica bancaria, finanziaria, le stesse imposizioni che vincolano Recovery e Mes). E per il fatto che all’interno della maggioranza giallorossa, i grillini non vogliono il Mes e ci sono parecchi distinguo su politiche migratorie e politiche internazionali.
Inoltre, nel centro-destra, i tanto odiati sovranisti, non vogliono l’anti-Europa, ma un’altra Europa.
Quindi, l’europeismo come richiamo unitario per aggregare eventuali responsabili, compattare maggiormente il nuovo governo che verrà, e distanziare Fdi, Fi e Lega, è molto debole. Anzi, inutile.
Sembra unicamente un depistaggio per non affrontare i veri problemi. O il voto.

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Fabio Torriero
Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione