Strappo Lega. Il coprifuoco che vale una messa. Il Papeete dietro l’angolo?

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Coprifuoco bollente. Cosa resterà ora dopo lo strappo della Lega? Che conseguenze avrà sul governo? Lo scontro tra Draghi e Salvini, al contrario dei titoli dei giornali (“Incidente di percorso”, “Ci risiamo col “modello-Papeete”, “Draghi irritato e freddo”), va letto su due livelli. Si tratta di un abile gioco delle parti che, in realtà, stabilizza l’esecutivo, non lo affatica, appesantisce o compromette, come hanno denunciato Pd e grillini, subito scesi in campo contro Salvini per gridare allo scandalo, alla lesa maestà dell’“Esperto”, alla rottura di quell’equilibrio emergenziale che ha permesso la partenza dell’esecutivo.

Dem, 5Stelle e Leu, è noto, non hanno mai condiviso, né la caduta del governo giallorosso, né l’arrivo di Salvini, che con la sua presenza ha sparigliato e continuerà a sparigliare molti giochi.
Da qui, tutte le battaglie solo mediatiche che Letta e Crimi, ad esempio, hanno imbastito unicamente per compattare i loro elettorati, spostando consapevolmente l’interesse dai contenuti veri di Palazzo Chigi: l’uscita dalla pandemia, l’economia e i progetti del Recovery.

Battaglia come il voto ai 16enni, lo ius soli, la volontà di arrivare alla approvazione obbligata del Ddl Zan, sono coccarde ideologiche assolutamente estranee alle ragioni e agli obiettivi di Draghi. Nel suo discorso di investitura in parlamento non ce ne era nemmeno l’ombra. Coccarde a cui ha risposto, altrettanto certo di disputare una partita fuorviante e astratta, Salvini, con la difesa della famiglia naturale, i valori antropologici, la lotta alla droga. Tutte polemiche a costo zero.

Stando così le cose Salvini e Draghi, non si divideranno, non perderanno la stima reciproca, ma si spartiranno pure in futuro i ruoli. Il tema va inquadrato plasticamente: il primo, in omaggio alle categorie che lo votano, vuole le riaperture, il ritorno alla vita, incontrando il no speculare del partito della chiusura. E su tutti, il premier che media. L’obiettivo è intercettare ogni sensibilità e aspettativa dei cittadini. E per ora la strategia funziona.

Il secondo livello, invece, attiene alla geografia interna del centro-destra. La comunicazione del Salvini “di lotta e di governo”, mira a ribadire la sua leadership nello schieramento (anche a costo di togliersi l’etichetta di sovranista, per trasformarsi in nazionalista-moderato e filo-Ue), impedendo che cospicue fette del suo elettorato possano scegliere la via dell’opposizione incarnata dalla Meloni.
Certo, il balletto da protagonista di una cosa e del suo contrario (“stima verso Draghi, ma mi astengo” su un provvedimento del governo di cui fa parte), è pesante, e alla lunga potrebbe esaurirsi. Prima o poi il Capitano dovrà scegliere se tirare ancora la corda o iniziare a calmarsi sul serio.

Intanto, in Cdm ha consumato uno strappo pure con Giorgetti che voleva votare sì al Decreto. E dopo una telefonata concitata, i due hanno preso atto di avere posizioni distanti. Ma ha vinto il Salvini. Per il momento.
Non dimentichiamo che Giorgetti è l’anima storica del Nord, il regista di ogni operazione istituzionale. E’ gradito al Colle e amico storico di Draghi.
Forse le ripercussioni più toste non le vedremo a Palazzo Chigi, ma a via Bellerio. E come al tempo del Conte-1, Salvini tra qualche mese, se messo all’angolo (dentro e fuori il partito), potrebbe riscegliere una seconda volta la via del Papeete.
Accontentandosi non di sbarchi in meno di migranti, ma di qualche correzione ai progetti del Recovery.

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