Federazione-partito unico del cdx. A Roma sabato il fantasma del Pdl

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Salvini da domani si deve preoccupare di due cose. La prima attiene alla logica scientifica della politica che da decenni non ha più idee originali e si aggrappa alla moviola, affermando come nuove le stesse cose che venivano dette dieci anni fa. Berlusconi ha aderito all’idea di federazione, e cioè, a gruppi parlamentari omogenei, a programmi uguali e magari a uno speaker che parli una lingua sola. Questa specie di Forza Lega è e sarà, secondo la narrazione imposta e condivisa dai due leader, un preludio mistico e la condizione necessaria per la vittoria alle prossime amministrative e per riconquistare Palazzo Chigi, alla scadenza naturale della legislatura.

Questo è quello che pensa e che vuole soprattutto Salvini: narcotizzare l’avanzata della Meloni e accedere, attraverso l’alleanza con gli azzurri, a quel Ppe cui sta lavorando Giorgetti, senza passare sotto la dogana dei partiti dello schieramento europeo, e relativa analisi del sangue (il peccato originale filo-Putin, filo-Le Pen e filo-Orban). Ed evitando anche un patto obbligato con i conservatori europei, che vedono in Fdi, e non nella Lega, la loro punta di diamante.
Ciò spiega il silenzio della Meloni, e semmai la prospettiva da lei caldeggiata che siano i sovranisti addomesticabili e commestibili ad entrare nella sua casa, abbandonando gli estremisti e i radicali del gruppo Id.

Ma l’adesione di Silvio alla federazione, come noto, oltre ad assomigliare a un già visto come la Casa delle Libertà, nasconde una trappola. Il partito unico, repubblicano, del centro-destra, tipo Pdl, è già fallito, per tante ragioni: la competizione tra i leader fondatori (allora Fini e il Cavaliere), la mancanza di omogeneità tra identità e famiglie culturali e l’assenza di un progetto vero ed efficace di modernizzazione del Paese.

Perché Silvio ha radicalizzato ed estremizzato la proposta di Salvini? Costringendo il Capitano a dire le medesime cose che ha detto la Meloni a proposito della federazione: “Non condivido le fusioni a freddo”. E al niet della componente centrista e laicista di Fi, assolutamente contraria all’idea? Perché Silvio ragiona ancora da numero uno e pensa di recuperare l’egemonia dello schieramento. Non più sovranista o post-sovranista, ma moderato e liberale.
E i dati, a oggi gli stanno dando ragione. Dopo la partecipazione al governo Draghi, Fi è in ripresa e sta recuperando terreno sugli alleati.

Come collaborazionista col sistema e col Palazzo, secondo i numeri, è più affidabile e credibile di Salvini.
Il secondo motivo di preoccupazione per Matteo è il fatto che Silvio gli ha detto, nell’incontro ad Arcore, che è il suo erede. Come Crono, di figli Silvio ne ha mangiati parecchi. Anzi tutti. Gli ultimi, solo per statistica, sono stati Toti e Alfano. Finiti male o fuori dal partito.
L’unico che ha resistito, per “esoterismo”, è stato Tajani.
Se ha immaginato Salvini come erede non è per la successione, ma per una fregatura certa.

E il Capitano? Sta attrezzando il suo partito ad adeguare comunicazione e immagine e a essere, al contrario dei desiderata di Berlusconi, proprio l’erede di Fi. A Roma, il regno della Meloni, sabato scorso, di fronte a poche migliaia di cittadini (la città non ha risposto, in tanti sono venuti da fuori), gli slogan, le musiche, la mancanza di bandiere e di sigle partitiche, sono state già dentro la federazione. Peccato che le parole-chiave della manifestazione siano tutte vecchie di 15 anni. Sembrava il fantasma del Pdl resuscitato. Libertà come mantra, come mancanza di spunti nuovi. A questo punto, visto che i diretti interessati non sono nuovi a camaleontismi, la domanda è legittima: E’ Silvio che è diventato Salvini o Salvini è diventato Silvio? Del resto, il colore azzurro, è lo stesso.

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