No green-pass. Il fallimento della Lega di lotta e di governo

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Che senso ha avuto la presenza dei leghisti Siri, Borghi e Rinaldi alla manifestazione romana “no-pass” di piazza del Popolo? Riteniamo che gli argomenti, i contenuti, la polemica, siano purtroppo secondari.
Ovviamente le ragioni che hanno spinto questi parlamentari e dirigenti a partecipare sono legittimi e sacrosanti. E chi scrive li condivide in larga misura. Ma il tema è diverso e più generale.

Riguarda una strategia politica che parte da lontano. Da un lato, le elezioni di ottobre, appuntamento cui ogni partito guarda con estremo interesse. Uno sguardo mirato a intercettare e aggiungere nuovi target a quelli già rappresentati.
Come noto, i soggetti politici da decenni sono diventati semplicemente delle società commerciali, che occupano dei brand e si muovono solo per soddisfare, gratificare i target elettorali. Da mantenere ed eventualmente da trovare.
E in questo momento il “popolo no-vax” si aggira intorno a 6 milioni di italiani. Un tesoretto comunque appetibile. Punta di diamante di un popolo molto più vasto che annovera indecisi, dubbiosi, perplessi sui vaccini, che magari li hanno fatti, ma che rifiutano di vincolarsi a continui richiami (con l’alibi delle varanti), e ad assistere passivamente al restringimento graduale e inesorabile delle libertà individuali.

Un segmento valutato intorno ai 15 milioni di persone (tesorone da considerare). Le piazze di questi giorni sono soltanto un piccolo aspetto, un piccolo assaggio di tanta gente che sta alla finestra e dietro le quinte.
Dall’altro lato, la Lega, gestione-Salvini, si è connotata fin dall’inizio come “partito-omnibus”. Un partito che non risponde a un’omogeneità culturale, a una coerenza ideologica, ma che cerca di occupare ogni spazio possibile.

Qualche esempio: presenta cattolici alla Pillon e laicisti alla Buongiorno, euroscettici alla Rinaldi, Borghi, Bagnai e filo-europeisti alla Giorgetti e Zaia. E ancora, presenta sociali e liberisti, come se fossero componibili.
Una strategia che ha pagato fino alle scorse europee, quando la Lega ha ottenuto il massimo di consensi. Ma l’uscita dal governo gialloverde e successivamente, l’ingresso nel governo Draghi, ha cambiato le carte in favore della Meloni, con la quale è cominciata una competizione senza esclusione di colpi, sia a livello nazionale (l’egemonia nel centro-destra), sia a livello internazionale (l’egemonia nel parlamento, tra i conservatori, gruppo Id e l’adesione al Ppe).
E infatti, l’idea di varare una comunicazione “di lotta e di governo”, va vista nell’ottica di tale complessa strategia.
Ossia, un colpo al cerchio e uno alla botte: tener duro su temi come immigrazione, sicurezza, Ddl Zan, mollare su Recovery, aperture e Regime-Covid.

Tutta la posizione di Salvini sulla gestione della pandemia, infatti, è apparsa oscillante e ambigua. Un giorno pare occhieggiare ai no-vax, in nome della ripresa economica e delle libertà, un giorno si ricolloca nell’ortodossia draghiana e fa da moderatore della maggioranza in funzione anti-Pd. La stessa foto fatta circolare, circa la sua vaccinazione, è di fatto un cedimento mediatico, per evitare continui attacchi personali; ma si è trattato di una indubbia concessione al pensiero unico etico-sanitario.

Un’ambiguità che è riemersa anche in occasione del varo del Green Pass.
Dove Salvini ha recuperato qualche margine di intervento.
Criticando il Green Pass, le evidenti anomalie, ha ripreso la sua “strategia omnibus”.
E in questo quadro sicuramente si inserisce la partecipazione autorizzata “a titolo personale” dei Siri, Borghi e Rinaldi alla manifestazione no-pass.
Ma pagherà? La sensazione che si ha è di un partito che perde consensi e che cerca di aggrapparsi a vecchi paradigmi.

La strategia di lotta e di governo non porta lontano e crea sconcerto presso la base. Primo, sarà molto difficile spiegare al suo popolo questi ripetuti salti della quaglia. Anche in vista di un difficile ricompattamento elettorale a ottobre col centro destra oggi diviso tra l’asse Lega-Fi e Fdi all’opposizione (le battaglie per conquistare Roma, Napoli, Torino, Milano). Secondo, l’immagine che inesorabilmente ne deriva, è che la Lega è desolatamente la parte destra del pensiero unico dominante.
Manca una vera destra moderna, repubblicana, identitaria e sociale. Chi sarà in grado si incarnarla?

 

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