Vaccini. Il pericolo della comunicazione etica: la guerra tra il bene e il male

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Poi dicono che la violenza è quella dei cosiddetti no-vax. Ma a parte i pochi deliranti ben noti (che vanno stigmatizzati e se compiono reati, puniti secondo la legge), la responsabilità delle parole, dei comportamenti e dei fatti di tutti, da quando c’è la pandemia, qualcuno se la assumerà? Sarà mai un valore acquisito?

In tv, sui giornali, anche alla Camera e al Senato, tra dichiarazioni, interventi e interviste eccitate e manichee, non c’è più da mesi (o forse non c’è mai stato), un confronto sereno e obiettivo. Un civile, pedagogico e costruttivo scambio di argomentazioni.
Lo schema invece, è “male contro bene”, “verità contro fake”, “santificazione contro demonizzazione”.
Questo, per chi non lo sappia, è il Dna del pensiero unico, qualsiasi connotazione e colore possa assumere, che poi fa sempre da apripista al totalitarismo politico (magari, come dice il professor Cacciari, giustificato dall’emergenza permanente).

Quando pensiamo al fascismo, al comunismo, al nazismo, abbiamo in testa una precisa dottrina, dei leader-capi riconosciuti, dei contesti storici circostanziati. Invece no, il meccanismo rinasce sempre e con contenuti nuovi. Ma il contenitore è lo stesso.
Non sta accadendo la medesima cosa a proposito del lungo, estenuante, stucchevole e ossessivo dibattito “no-si vax”?
Lo scontro non è tra diverse opinioni, tutte legittime, che meritano pari dignità. Ma da una parte, c’è ciò che va detto, va fatto, e dall’altra il demonio, la follia, l’ignoranza. A cui non bisogna dare spazio, importanza e dignità.

Come giudicare le frasi pronunciate da Giuliano Cazzola (“i no-vax vanno presi a cannonate”), quelle di Roberto Burioni (“devono fare una vita da sorci”), Selvaggia Lucarelli (“devono ridursi a poltiglia verde”), Davide Parenzo (“sputate nei loro piatti”), Andrea Scanzi (“mi divertirei a vederli morire come mosche”)?
Sentenze di morte virtuale ed “etnica”, che fanno il paio con titoli di giornali tipo “Terroristi”, o con suggerimenti al governo, da parte di ministri, politici, intellettuali, commentatori di Tg, o di soloni in camice bianco, come “i no vax non devono lavorare, andare in giro, viaggiare, devono restare a casa, vanno stanati, si devono pagare le cure se si ammalano”; o con proposte alla Fabio Fazio: “I no vax non devono essere ospitati in tv”.

Capostipite di un effetto-criminalizzazione non da poco, purtroppo il premier (non sappiamo quanto consapevole o quanto condizionato dagli esperti o dai suoi collaboratori): “Chi non si vaccina muore e fa morire”.
Non è violenza questa? E per logica e regola, a una violenza risponde automaticamente un’altra violenza, uguale e contraria.
Questi comunicatori, giornalisti, intellettuali, medici, politici, sanno, sono consapevoli, che si sono collocati dentro lo schema del pensiero unico totalitario che giustifica ogni regime (in questo caso etico-sanitario)?
Il pensiero unico, infatti, presuppone obbligatoriamente un nemico, un capro espiatorio, sinonimo di male, da ghettizzare, isolare, ridicolizzare e scomunicare.
E’ il sistema usato da ogni dittatura nella graduale conquista del potere. Così ha fatto Mussolini contro i comunisti, i socialisti, i partiti liberali; così ha fatto Hitler contro gli ebrei, così il comunismo contro i nemici del popolo, i reazionari e i contro-rivoluzionari.

La strada da seguire invece (ma sarà mai possibile, al punto in cui siamo arrivati?), è il ritorno al rispetto, alla dialettica, al primato delle opinioni, che sono il cuore della democrazia. I medici, gli epidemiologi, i virologi, oggi star tv, non devono pontificare, ma consigliare, suggerire, indicare (la scienza non è una religione, un dogma). I politici devono mediare tra bene comune, interessi generali e individuali, tra Costituzione e salute pubblica; i giornalisti devono essere corretti, obiettivi, non “etici”. Devono informare, non terrorizzare o manipolare.
Ognuno deve fare il suo. Anche perché l’effetto sulla popolazione è devastante. Già ora c’è un clima divisivo, di odio e di caccia all’untore, di incomunicabilità tra le rispettive fazioni.
Quello che non va fatto, ad esempio, è la risposta che il sottosegretario grillino (medico) Sileri, incalzato dalle obiezioni documentate dell’europarlamentare leghista Donato, anziché dialogare, ha detto che con lei non ci parla, e che non meritava repliche.
Anche la delegittimazione dell’avversario, anzi dell’interlocutore è una prova evidente di regime.
Quando le competenze professionali diventano casta incomunicante e arrogante, il pericolo è dietro l’angolo.

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