Lega e Fdi: come non si fa opposizione. E come non si dialoga con Draghi

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Salvini e Meloni, due modi di non fare opposizione.

Il primo, al consiglio federale del suo partito, ha ribadito che comanda lui (segno di debolezza in vista del congresso, “guarda caso” anticipato da una più mediatica e meno pericolosa assemblea programmatica); la seconda, è andata a parlare a Draghi, preoccupata del clima antidemocratico (ad esempio, il caso Puzzer), che c’è in Italia (“guarda caso” da quando c’è Draghi).

Per approfondire le difficoltà di un centro-destra che annaspa tra Dna sovranista, conservatore e tentazioni moderate modello-1994, al punto che qualcuno pensa di riesumare Berlusconi, in qualità di novello federatore di uno schieramento che non c’è più (gli spunti su tale versante, quelli che vengono da sinistra, sono invece trappole in malafede), bisogna partire dal varo del governo in carica. Che ripetiamo, non è un governo di svolta, ma di tregua. Che comunque, ha obbligato i partiti a uno snervante e distruttivo referendum quotidiano “pro o contro” Draghi, e a un narcotizzante “grande centro” che di fatto, nel nome del dirigismo tecnocratico di Palazzo Chigi (filo diretto con Bruxelles), ha commissariato la politica.

L’unico che finora ci ha guadagnato è il Pd, che autorappresentandosi come il più fedele degli alleati del premier (politiche economiche e sanitarie), si è guadagnato i galloni di vero partito conservatore italiano, il partito dello status quo, dei garantiti, dei soddisfatti.
Il Salvini “di lotta e di governo”, ha unicamente creato imbarazzo presso un elettorato di pancia, che oscilla per natura tra l’area no-Vax, no-Green Pass, l’astensione e soprattutto Fdi. Ha creato imbarazzo presso lo stesso Carroccio, lacerato tra la componente nordista, quella dei governatori, e i fedeli del Capitano.

Giorgetti, da tempo, esprime non solo un altro indirizzo programmatico, ma soprattutto una nuova prospettiva per la Lega, (fortemente influenzata da Draghi): una nuova Dc, dentro il Ppe. Un progetto che, secondo il ministro del Mise, guarderebbe lontano e non alla punta del naso. Domanda: ma è possibile una nuova Dc dentro un corpaccione elettorale che ha come unica priorità combattere immigrati, delinquenti, laicisti e la Ue?

Ma nemmeno Salvini sembra avere le idee chiare. La reazione anti-Giorgetti al consiglio federale (la battuta sulla pizza, in polemica con la cena tra il ministro e Di Maio), ciò che ne è seguito, la chiamata a Orban e Morawiecki, non lasciano presagire nulla di positivo. Come dire, sono il capo e la linea sovranista non si tocca. Domanda: ma che c’entra con la permanenza in un governo europeista, liberista e tutto sbilanciato sui diritti Lgbt? Che senso ha a questo punto restare con Draghi?

Passiamo alla Meloni. L’opposizione patriottica tradotto, su alcuni temi “col governo e le istituzioni” e su altri “contro”, sembra la copia del Salvini di lotta e di governo, soltanto cavalcando cavalli diversi.
Andare da Draghi per chiedere spazi di democrazia, rispetto per le opposizioni, maggiore libertà di pensiero, in pieno Stato etico-sanitario, commissariamento della politica, primato tecnocratico-europeista, è come affidare a Dracula il controllo delle trasfusioni. Domanda: un anti-sovranista come fa a concedere agibilità ai sovranisti?
La Meloni, comunque, ha posto un argomento vero (il tema non è Draghi che legittimamente fa il suo mestiere con grande efficacia e grande personalità): la compressione delle libertà costituzionali. Ma forse sarà un’altra opposizione che ancora deve nascere a rappresentare quella mezza Italia che non vota: il mondo del lavoro che non si riconosce nei sindacati, l’area no-vax e no-green pass, i delusi dalla destra, dalla sinistra, il mondo della scuola, i cattolici che non si riconoscono negli indirizzi dell’attuale pontificato.

Una cosa è certa: perdendo tutti i treni, l’odierno centro-destra rischia di implodere, lasciando terreno fertile a ogni tipo di velleitarismo. Costituzionalizzare il malessere della società vuol dire, al contrario, ricreare le condizioni di un moderno bipolarismo e di una vera democrazia. Ma ad oggi né il trio Berlusconi-Salvini-Meloni, né il magma confuso della piazza, sembrano all’altezza di questa possibilità.

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