Come ti ac(cop)po la Cop26. Cronaca di un fiasco in quattro parole

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Cop 26 rischia di evocare le Coop all’italiana. Dietro l’enfasi della narrazione globalista, nonostante la grancassa mediatica, tutta genuflessa al pensiero unico verde (avrebbe esaltato ogni passo e decisione del vertice, anche minimi), la realtà è apparsa subito evidente.

“Accordo al ribasso”, alla fine è stata la sintesi più democristiana che si potesse concepire. Ma quale accordo al ribasso: il G20 di Roma, presenti i grandi blasonati della Terra, è stato appunto un “bla-bla-bla”. L’incontro di Glaskow, un altro flop.
Ma tanto, quello che resta e resterà agli annali, è il tetto delle emissioni che non potrà superare gli 1,5 gradi. Vedremo poi se tale parametro sarà rispettato.

Invece, la verità si legge dalle parole (dietro le righe). I russi, i cinesi, gli indiani (con le loro semi-assenze e pressioni) sono stati i veri protagonisti, mentre i capi di governo e di Stato, uniti nelle dichiarazioni, hanno svolto la parte dei comprimari.
Il termine “phasing out”, su furbata del ministro dell’ambiente indiano, è stato sostituito di notte e alla chetichella, prima degli annunci salvifici, che inevitabilmente erano già pronti e confezionati dall’alto, dai signori della Green Economy (il prossimo vero business mondiale, secondo solo all’attuale business di Big Pharma), dal termine “phasing down”. Quindi, niente eliminazione del carbone, ma semplice riduzione. Tutto rimandato a data da destinarsi.

Per il resto, l’enfasi si è spostata sul bicchiere mezzo pieno: i paesi partecipanti alla Cop26, hanno accettato di riformulare entro l’anno prossimo i piani per una più ampia riduzione delle emissioni di anidride carbonica per il 2030. Pure qui, il flop si nasconde dietro una parola: riformulare entro l’anno prossimo. Ergo, dati i conflitti insanabili delle strategie ambientali, il 2030 potrebbe scivolare ulteriormente.

Ha sorpreso la dichiarazione congiunta Usa-Cina, per il prossimo decennio, in ordine al mantenimento del riscaldamento della Terra sotto quota 1,5 gradi? Appunto, si tratta di mera dichiarazione.
I leader di oltre 100 paesi (gli altri?), ospitanti l’85% delle foreste globali hanno promesso di porre fine alla deforestazione entro il 2030? Stessa scadenza per la riduzione delle emissioni di metano? Appunto, solo promesse.

A questo punto si comprende la comunicazione solenne dei leader, a partire dal padrone di casa Boris Johnson. Fa il paio con la comunicazione apocalittica e catastrofica che imprigiona la sacrosanta battaglia per l’ambiente a un misticismo astratto che poi deve fare i conti con le scelte reali della politica.
Quindi, sulla carta i buoni sono i catastrofisti, i cattivi sono i politici che vogliono continuare a inquinare, distruggere le foreste. Mentre la strada sarebbe quella di una visione verde realista. Compatibile con la modernizzazione umanitaria, non quella tecnocratica che ci aspetterà col Recovery.

E attenzione, ai fenomeni da baraccone tipo Greta. Da pupazzo nelle mani dei potenti, a moscerino fastidioso, diventato ormai la bandiera di un altro ecologismo romantico e ideologico. Quindi inutile.

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