Quirinale. Renzi e Calenda per un centro che vuole contare senza Conte

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Dietro la frase “offensiva” di Renzi non c’è un giudizio oggettivo sul politico, sull’uomo Conte, ma una guerra dichiarata per occupare e mantenere l’egemonia centrista.

Una nuova prospettiva appannata dal nostro bipolarismo (la democrazia dell’alternanza), e che ora, col contributo di Draghi, che ha costretto destra e sinistra a convergere su Palazzo Chigi, è tornata prepotentemente di moda.
Basta collegare i tasselli di un mosaico già abbastanza chiaro, per rendersene conto.

Vediamo qualche passaggio recente. Renzi dice dell’ex premier gialloverde e giallorosso che è “un uomo senza coraggio, vive di like, ma teme il voto”. Una frase emblematica. La questione è nota: il dietrofront di Conte, circa la possibilità di correre per il seggio lasciato libero da Gualtieri, neo-sindaco di Roma.
Con una giustificazione che non ha convinto nessuno: “Il mio dovere è costruire il centro-sinistra e allargare il campo”. Peccato che la sua candidatura sia stata prospettata proprio da Letta, per creare i presupposti di “un centro-sinistra allargato”, basato sull’asse Pd-5Stelle. Quindi, spiegazione falsa.

Diciamo che Conte ha gravi problemi interni, non riesce a governare né il suo nuovo partito, date le fibrillazioni dei duri e puri e del gruppo parlamentare, né lo stesso processo organizzativo ancora in alto mare.
Cimentarsi in una consultazione dall’esito incerto, avrebbe significato indebolirlo ulteriormente e definitivamente, vanificando il suo ruolo oggi e il suo ruolo domani.
Con una variabile non da poco: la reazione di Calenda, un altro competitor centrista. L’ex ministro quando ha saputo della proposta di Letta (l’Avvocato come candidato di tutti), ha minacciato di sfidarlo proprio alle suppletive. E considerando il consenso locale che ha il leader di Azione, per Conte sarebbero stati dolori.

Conte, Renzi e Calenda, ecco gli uomini del nuovo-vecchio centro. Tre personaggi in cerca di autore.
E che fanno? Anziché individuare elementi di mediazione, ora preferiscono spararsi addosso, per contare di più nella concertazione e costruzione futura dello schieramento moderato.
Centro di gravità permanente, cui guardano per diritto di prelazione, pure i centristi del centro-destra e Berlusconi. Ma oggetto del desiderio anche di Letta che sogna un nuovo Ulivo: il centro che sceglie la sinistra riformista.
Insomma, il solito schema trito e ritrito: il centro che sceglie il centro-destra e il centro che sceglie il centro-sinistra. Tutto cambi perché nulla cambi.

Una partita preparata per le prossime elezioni politiche che ha nella decisione dell’uomo per il Colle il primo tempo.
Centristi che devono obbligatoriamente infilarsi nella strategia di Salvini-Letta-Meloni-Di Maio del Quirinale, sapendo che non potranno dettare le carte, ma certamente essere l’ago della bilancia. Un centro al momento che vuole “contare, ma senza Conte”. Anche perché il diktat di Renzi è senza via d’uscita: né con i sovranisti, né con i populisti. Ma per il Colle il discorso dell’ex sindaco di Firenze, potrebbe cambiare, come un eventuale appoggio al centro-destra per sparigliare i giochi di Letta. Ma a forza di tattica, la strategia e la politica muoiono.

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