Conte-pochette. Pur di smarcarsi da Letta ha sdoganato Berlusconi. E i suoi?

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Conte-Zelig. Un uomo per tutte le stagioni, tutt’uno con la sua pochette. Che ha esattamente 4 punte; come i suoi adattamenti machiavellici: è partito “arbitro” sballottato tra i “Dioscuri” Salvini e Di Maio, nel governo gialloverde, con un occhio particolare al populismo (“l’Avvocato del popolo”) poi, “primus inter pares” nel governo giallorosso, con un piglio maggiormente decisionista, grazie all’emergenza pandemica (e alla abile regia napoleonica dello spin Casalino), poi, quasi re, ossia leader del nuovo partito grillino, col “Comico-fondatore” che gli alita quotidianamente sul collo, ma con l’ambizione di guidare in prospettiva l’area riformista, anche a scapito dei flop elettorali e dei desiderata del Pd da cui non riesce a distanziarsi. E infine, ultima punta della “pochette”, aspirante giocoliere nel puzzle incombente dei Quirinale.

Il nuovo corso “contiano” del Movimento è costruire un soggetto politico liberale, moderato, europeista, ecologista (il partito-Recovery) senza più venature giustizialiste, seppellite tutte le battaglie identitarie che hanno portato il Movimento ad essere il primo partito come rappresentanza parlamentare, e uno degli ultimi, dopo i flop dei suoi amministratori e la liquidità di una prassi politica ampiamente scadente. Un cambio di pelle che non sembra distinguerlo dal fratello gemello Letta.

Un nuovo corso che incontra, come noto, difficoltà interne ed esterne. Interne, data la resistenza dei gruppi parlamentari e dei nostalgici della fase-1 del Movimento, gli uomini alla Di Battista. Ed esterne, quando accarezzando l’idea di presentarsi alle suppletive romane lasciate libere da Gualtieri, ha avuto paura di confrontarsi con Calenda, suo competitor centrista, insieme a Renzi.

E cosa sta facendo Conte ora? Tenta di risolvere i suoi problemi non sintetizzando, mediando tra le mille anime intestine che in qualsiasi caso rappresenta. Cioè, varando un nuovo stile democristiano a 360 gradi. Facciamo qualche esempio recentissimo. Difende il ministro degli interni Lamorgese e apre a Salvini e Meloni sul Colle.
Addirittura parlando bene di Berlusconi. “Non lo ho mai demonizzato”, anzi, lo difende, dicendo che “il conflitto di interessi semmai lo ha nociuto”.
Cos’è? Melina, segnali ai suoi amici di centro-sinistra, a Letta? Come dire, guarda che per esistere, sarei pronto a sparigliare i giochi, facendo esattamente quello che fanno Renzi e Calenda, offrendo una sponda al centro-destra.
O semplicemente, è mera gratitudine rispetto all’apertura che il Cavaliere ha fatto sul reddito di cittadinanza, ricetta odiata storicamente e geneticamente dagli azzurri?

Ma sdoganare il Caimano per un partito che ha ancora un corpaccione forcaiolo, sembra veramente tanto.
Si tratterebbe di cancellare decenni di battaglie contro la corruzione per la legalità. Un Dna che il grillismo ha ereditato da certa sinistra post- Mani Pulite e dal dipietrismo.
E come pensa Conte di legittimare questi voli pindarici, queste rivoluzioni copernicane? Ancora e sempre col voto on line. Pure sul prossimo inquilino del Colle gli iscritti decideranno attraverso la loro nuova piattaforma. Come da tradizione virtuale di partito post-ideologico informatico: l’ex piattaforma Rousseau, del resto, ha scelto finora dirigenti, candidati, programmi e adesione ai governi, diventando di fatto, la terza Camera dello Stato.

Ma stavolta c’è un ma. Anche per rinnovare la classe dirigente (i suoi 5 vice, Gubitosa, Ricciardi, Taverna, Todde e Turco), Conte ha fatto ricorso al medesimo metodo. Peccato che ha votato un iscritto su 5. Su 131mila aventi diritto, hanno votato appena in 28mila. Segno dei tempi.
Conte-Zelig. Un uomo per tutte le stagioni. Ma le stagioni non sembrano adeguarsi alla pochette.

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