Quirinale. Salvini si butta sul piano B, che non fa rima con Berlusconi

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Due botte non da poco. Il Capitano è tornato capitano, oppure forse è a metà tra un caporale e un generale. Avvicinandosi il tempo del Colle, sta serrando i ranghi, iniziando a delineare concretamente la sua strategia. Al momento, poco in linea con i centristi, con metà del suo stesso partito e addirittura, con Giorgia Meloni.
La prima frase è stata un fulmine a ciel sereno: “Non c’è solo la candidatura Berlusconi”. Seguita da un’altra stilettata non da poco: “Con o senza Draghi noi restiamo”.

Stilettata (la seconda) che risponde di fatto al Cavaliere, il quale aveva detto nei giorni scorsi, che se Draghi fosse andato al Quirinale, Fi avrebbe lasciato il governo. Dando spazio a ipotesi di caduta anticipata dell’esecutivo e di voto anticipato (come vuole da sempre Fdi).
Naturalmente le sassate vanno unicamente lette in chiave-Colle, non per alimentare sterili dietrologie. Berlusconi, con l’“operazione scoiattolo”, non ha alcuna intenzione di mollare. Si è messo in testa di concludere la sua carriera diventando capo dello Stato. E il messaggio a super-Mario era ed è stato chiarissimo: “Se ti metti in mezzo tra me e il Quirinale, io faccio cadere il tuo governo”. Tradotto: (al di là degli apprezzamenti ruffiani che continuano tra i due, alla luce di passati endorsement), tu resta a Palazzo Chigi con l’attuale maggioranza trasversale e concludi la legislatura, io succedo a Mattarella.

Diverso è il discorso di Salvini. Sulla carta, dopo la riunione dell’Appia antica, è stato costretto a fingere il consenso su Silvio, ma nella realtà, intende avere le mani libere per decidere un diverso presidente di centro-destra (sapendo che Berlusconi è divisivo, non ha chance), con l’ausilio degli spezzoni del centro, più il drappello del gruppo misto, in attesa di vedere cosa farà, ad esempio, Renzi; il vero ago della bilancia dei giochi.

Medesimo perimetro di caccia che intende utilizzare Arcore, forte dei numeri: lui dispone di 460 voti dei grandi elettori, deve arrivare a quota 505. Ma non considera i franchi tiratori interni.
E spera in una “convergenza utilitaristica” tra peones e parlamentari, spaventati dalla prospettiva di non essere rieletti, grazie alla legge appena varata.
Insomma, Salvini vuole decidere in solitaria: pure a costo di stipulare un patto ecumenico col centro-sinistra, arrivando a una figura di prestigio, apprezzata da tutti.

E la contropartita del centro-sinistra, potrebbe essere proprio la continuità del governo o di un premier, voluto da Draghi, qualora facesse le valigie per il Quirinale, con la stessa maggioranza “di tregua” e di emergenza nazionale.
Ciò spiega il parziale voltafaccia del Capitano rispetto a una settimana fa: “Non sono disposto a partecipare ad un governo che non sia guidato da Draghi”.
Reazioni interne al Carroccio? Se Molinari è ortodosso (“o il leader di Fi è in campo, o dobbiamo avere un piano B”), Giorgetti tace. Acconsente?

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