Fdi. La Meloni, l’incubo-Le Pen e il conservatorismo che piace al mainstream

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Il messaggio conservatore lanciato dalla Meloni alla conferenza programmatica di Milano, rappresenta una sfida, un’ambizione e un vulnus.

La sfida è quella interna al centro-destra, una coalizione che da tempo ha molto poco da dire e da dare. Divisa su tutto, preda di continue risse, incapace di individuare un vero terreno programmatico comune, incapace di formare una nuova classe dirigente degna di nota (si è visto alle recenti amministrative), e ostaggio perenne delle strategie personalistiche dei leader.

Uno schieramento spappolato di fatto da Draghi, il “bipolarismo fratricida-destra di governo (Fi e Lega) – destra di opposizione (Fdi)”, che ciclicamente risente delle vicende numeriche dei partiti che lo compongono. All’inizio dei giochi Berlusconi (trazione liberista di massa), ne è stato il dominus assoluto (ma pure il tappo); poi la palla, prima del Papeete, è toccata a Salvini (trazione sovranista); adesso sembra il tempo della Meloni (secondo gli ultimi sondaggi, ha il 20% dei consensi, mentre la Lega è ferma al 16% e gli azzurri all’8%).

La “trazione conservatrice” per Fdi (questa è l’ambizione) dovrebbe essere la ricetta vincente per mandare la Meloni al governo. Il possibile collante per amalgamare di nuovo tutti e ritrovare la passata armonia e l’unità perduta. Peccato che è un film che abbiamo visto tante, troppe volte, sempre prima di qualche votazione. E gli italiani non credono più alle foto.
Un pizzico di liberal-conservatorismo quindi, per rendersi credibile rispetto a Tajani e al Cavaliere, e un pizzico di nazional-conservatorismo per assomigliare maggiormente alla ex-An; schema che la Meloni insegue scientificamente da quando ha fondato il suo partito: riconquistare quell’area che in fondo la Lega con la proiezione nazionalista salviniana (ormai regredita), le ha sottratto.

Ma c’è un ma (il vulnus). Si chiama “effetto-Le Pen”. Ossia, una ottima rendita di posizione, un forte incremento dei consensi, dovuto all’opposizione patriottica, ma una bolla mediatica e impolitica, destinata a essere improduttiva. A primeggiare alle urne, ma non a governare.

Può bastare usare il conservatorismo, come parola magica per essere accettati a Palazzo, per assecondare i poteri forti e il mainstream che pretende di imporre da secoli l’unica destra commestibile, ossia, quella liberale, liberista, laicista?
E’ evidente che paradossalmente il sistema preferisce una destra fascistoide, che serve da alibi alla sinistra. Una destra da utilizzare in funzione anti-qualcuno (per eliminare il vero nemico). E’ accaduto prima con Fini, esaltato in funzione antiberlusconiana, poi alla Meloni stessa, in funzione anti-Salvini. Per poi, al momento opportuno, quando il disegno è andato a buon fine, tornare a demonizzare la destra, ricacciandola nel ghetto. Abbiamo dimenticato la vergognosa campagna mediatica contro Fdi, accusato di essere alleato di ambienti nazisti, forzanovisti, putiniani, e di prendere soldi da internazionali nere, prima del voto a Roma?

Sarà sufficiente lo slogan conservatore per evitare ciò? A giudicare dai primi passi, ci riferiamo ai contenuti e al messaggio complessivo della conferenza programmatica milanese, sembra proprio di no. Le operazioni culturali si fanno sul serio, non si annunciano. Sono frutto di processi e percorsi lunghi, non di slogan (attualizzando le categorie). Fdi, dalle parole pronunciate e dalle scelte finora assunte, si appresta ad incarnare unicamente “la parte destra del pensiero unico”: ordine e disciplina, atlantismo vecchia maniera, politica estera totalmente in linea con gli Usa e rafforzamento militare di un’Europa che non è propriamente quella delle patrie, della famiglia naturale, ma di Bruxelles (globalizzazione, Green economy, pensiero Lgbt etc).
Quando invece, c’è un’autostrada da intercettare e rappresentare: un italiano su due non vota, c’è un’area no-green pass, di sovranisti delusi, di grillini delusi, di sinistri delusi, di cattolici a disagio con le posizioni della Cei; milioni di cittadini che non gradiscono il commissariamento tecnocratico della politica; che sui vaccini hanno idee di buon senso e non ideologiche, e sulla guerra in Ucraina, non si schierano né dalla parte di chi ha cominciato il conflitto (Putin), né dalla parte di chi lo vuole continuare: Zelensky e Biden. Tradotto: “armando” con armi la pace, anche a costo di aumentare i propri morti (Zelensky), oppure usando l’Europa come campo di battaglia solo per distruggere Putin; Europa che, tra l’altro, potrebbe esprimere una posizione autonoma su politica estera e sanzioni.

Possibile che tra sovranismo infantile e volgarmente di pancia e conservatorismo farlocco, non ci possa essere una destra autenticamente repubblicana, sociale, cristiana e popolare, non liberista, non statalista (per l’economia sociale di mercato), europeista alla De Gaulle e non filo-Usa? Una destra italiana, erede di una identità originale e non necessariamente la copia del modello anglosassone?
Anche perché i conservatori europei sono alla Boris Johnson: ultraliberisti.
Ha ragione Veneziani: questa svolta milanese rischia di compiacere la Cappa, la premiata “Ditta Media£Potere”, ma di deludere la base.

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