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Salvini, i perché di una inesorabile discesa

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Dagospia ha da tempo soprannominato Salvini il “Capitone”, giocando beffardamente con il “Capitano”, come Matteo viene chiamato (fino a quando?) dai suoi sostenitori. D’Agostino ha avuto la vista lunga, perché ultimamente il leader leghista non ne sta azzeccando una.

L’anno salviniano è cominciato male ed è proseguito peggio. Prima Matteo ha reso nullo il vantaggio potenziale del centrodestra nella scelta del Capo dello Stato con una incredibile serie di errori (ha lanciato inutilmente sia il presidente del Senato, Elisabetta Casellati, sia il capo dei servizi segreti, Elisabetta Belloni). Poi, allo scoppio della guerra in Ucraina, s’è fatto sbugiardare in mondovisione da un oscuro sindaco polacco: al di qua e al di là del Dnepr stanno ancora ridendo. Non contento, ha rimediato in questi giorni un’altra, tremenda figuraccia, annunciando un improvvido e sconclusionato viaggio di “pace” in Russia, a cui è stato costretto a rinunciare.

E non finisce qui perché Salvini ha trovato anche il tempo di dire: «Mai più con il Pd».  Che senso aveva una simile dichiarazione? Forse sperava di recuperare qualche elettore fuggito dalla Meloni? In realtà si è esposto solo al sarcasmo di chi gli può sempre rinfacciare: «Le ultime parole famose di Salvini. Dice no al Pd domani, intanto però ci governa insieme oggi». E lo stesso discorso, sia detto per inciso, vale anche per Enrico Letta, che è andato dietro al leader leghista annunciando «mai più larghe intese». È questa l’immagine di coerenza della politica italiana: fa le cose e poi si pente di farle mentre le fa.

Che sta accadendo a Salvini? Diciamo che dà l’impressione di aver perso lucidità. Non è una domanda oziosa. Perché la parabola discendente del leader leghista rischia di diventare una spina nel fianco, non solo per la Lega, ma per l’intero centrodestra: se lo schieramento va in crisi in una componente, non è detto che le altre forze possano sempre e comunque compensare tutte le perdite.

Che gli errori del Capita(o)ne dipendano per buona parte dalla smodata voglia di protagonismo di cui è caduto vittima parallelamente all’ascesa della Meloni può essere una spiegazione. Ma non può essere l’unica.

C’è infatti, nel comportamento di Salvini, una contraddizione di fondo che è cresciuta di pari passo con la Lega negli ultimi anni. L’incoerenza del leader è infatti  il segnale che si sta rompendo il patto tra l’anima populista-sovranista e l’anima moderata-governista del Carroccio. Queste due anime sono state tenute insieme dai passati successi di Salvini, quando il leader varcò il Rubicone in nome della protesta contro l’austerità, l’immigrazione selvaggia, l’esproprio della sovranità da parte delle tecnocrazie.

Fino a un certo punto, diciamo l’estate del proclami del Papeete, il gioco ha funzionato.  Ma, dal Conte 2 in poi, è stata una continua discesa, fino alla nascita del governo Draghi, che ha reso evidente la prevalenza dei governisti-moderati dentro la Lega. È a quel punto che Salvini ha cominciato a perdere lucidità. Avrebbe dovuto reinventarsi, magari atteggiandosi a leader “responsabile” che non rinuncia alla propria identità, un leader che si “ritrae” strategicamente per qualche tempo, facendo lavorare gli altri e preparandosi al grande rientro in campagna elettorale. Invece s’è indebolito nel frustrante e inconcludente ruolo dell’ “oppositore interno” del governo.

Ha creduto di potersi proporre ancora come colui che riempiva trionfalmente le prime pagine dei giornali, come quando difendeva i porti italiani dalle navi delle ong cariche di migranti. Non ha capito che non era più il tempo di richiamare su di sé i riflettori dei media e che era invece il momento di concentrarsi sui programmi, al fine di accumulare “munizioni” da sparare prima del voto.

Continuando così, la Lega rischia di andare alle elezioni con un Capita(o)ne pieno di ferite. Ancora manca quasi un anno e la situazione può essere sempre recuperata, in qualche modo. Ma è necessario che Salvini chiarisca bene le strategie sia con i suoi sodali della Lega sia con i suoi alleati del centrodestra.

Il rischio è di offrire, nei mesi cruciali della compagna elettorale, l’immagine di una Lega lacerata nell’ambito di un centrodestra rissoso. A risentirne non sarebbe solo il centrodestra stesso ma l’intera politica italiana, che perderebbe la possibilità di ricostruire un possibile “centro di gravità permanente” per dirla con Franco Battiato. Dall’altra parte, quella del centrosinistra e del “campo largo” che non decolla, la situazione è, per certi versi, anche più disastrosa. Ci potremo ritrovare, dopo le prossime elezioni, con una politica italiana ancora più frammentata di quella odierna. E, a quel punto, Mattarella potrebbe riproporre la soluzione “tecnica”. Altro che “mai più larghe intese”…

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