Governo-Meloni. Comincia la guerra mediatica della sinistra. Ecco come snidarla

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Certo, fa una bella impressione vedere le facce dei più noti e inflazionati giornalisti, opinionisti, intellettuali del mainstream, schiumare rabbia, esprimere delusione, non smettendo però, quella spocchia da superiorità etica e morale che poi è la stessa che ha suicidato elettoralmente la sinistra.

Stiamo parlando dei salotti buoni, dei panel quotidiani, specialmente di Rai3, La7, Rai1. Un po’ meno Mediaset.
Ora la loro preoccupazione, una regola obbligata, è riposizionarsi professionalmente, rifarsi una verginità, temendo il naturale avvicendamento politico, quando avviene un cambiamento così radicale come l’avvento dell’odiato governo Meloni. Pronti tutti a gridare all’epurazione se conviene. Giochetto che è sempre riuscito, in virtù della famosa “sindrome da legittimazione” che affligge e imprigiona da secoli geneticamente la destra.

E fa quasi tenerezza assistere alle analisi dei direttori del “partito unico del giornalismo di Palazzo” (Repubblica-Stampa e Corriere), insistere su tesi ideologiche da anni Settanta. E hanno fatto tenerezza le espressioni della classe dirigente del Pd, guardare la conferenza stampa di Letta: visi affranti, commossi, increduli, tradendo a stento un pizzico di rivalsa per le cose sbagliate, naturalmente da attribuire solo al capo. Un modo per non guardarsi dentro veramente. Il Pd è famoso per ingoiare ciclicamente i suoi segretari.

Ma attenzione, non solo tenerezza, comprensione, legittima difesa dei posti di lavoro, in arrivo c’è ben altro.
Già dai primi commenti si avverte quella che sarà la strategia mediatica a 360 gradi che, da qui a poco, sarà strutturata e pianificata meglio.
Una strategia che si basa su tre schemi da ripetere con ossessiva scientificità, tanto da cominciare a orientare fin da subito l’opinione pubblica.
PUNTO-1. Confermare la centralità della sinistra, come fonte del bene, del giusto, del vero, del progresso. E’ la nota “sindrome di Voltaire”: ossia, il ritenersi l’incarnazione della democrazia, dell’etica, della morale, dei diritti, della giustizia, uguaglianza, ecologia etc.
E come farlo? Semplice: non ha vinto il centro-destra, non ha vinto la destra, ma ha perso la sinistra. Un modo per eternare la sua autoreferenzialità.

PUNTO-2. Non hanno vinto le idee opposte alla sinistra, non ha vinto il programma di Fdi, del centro-destra, la sua visione alternativa della società, della vita, della famiglia, della nazione, ma si è trattato soltanto di un voto di protesta, di mero e meccanico cambiamento (stare all’opposizione paga). La Meloni poi, è donna, ma non farà politiche femminili, anzi, ricollocherà le donne a casa a fare unicamente le madri e i figli. E niente aborto.
E’ un mantra che si ripete ogni volta che il centro-destra si afferma. Mantra, figlio della “sindrome di Voltaire”. E siccome il bene (rappresentato per diritto divino dalla sinistra) non può essere sconfitto, delle due l’una, o il popolo è diventato plebe, regredito culturalmente, irretito un tempo dalle tv di Berlusconi, oggi dalla demagogia populista e sovranista, o bisogna ridimensionare la portata culturale del 25 settembre.
Dire protesta significa, infatti, ridurre a pura banalità la democrazia, la dialettica parlamentare, non dare legittimità all’avversario, che continua a non avere dignità, è e resta impresentabile e impreparato. Tanto la Meloni cadrà di fronte alla reazione dei mercati, di Bruxelles, dei poteri forti internazionali, della Bce, dello spread che certamente e magicamente risalirà.

PUNTO-3. I più intelligenti, meglio dire più furbi tra gli osservatori e anche i meno livorosi, invece, stanno facendo a gara a fornire, indicare, suggerire alla Meloni, i binari su cui muoversi. Tradotto: se farà questo, se farà quello, se continuerà ad essere d’accordo con Draghi (in fondo ha votato per i vaccini, il Green Pass, le sanzioni e le armi alla Russia, non vuole lo scostamento di bilancio per affrontare il caro-bollette), vedremo se alle parole usate nei comizi (il famoso Dio-patria-famiglia in Spagna da Vox), seguiranno fatti di destra “becera”. E’ la solita tecnica: la destra deve essere come vuole il mainstream, si legga destra liberale, simil-Cavaliere e comunque accettabile per la Ue e il pensiero unico.

La verità è che il pensiero liberal, radical è in crisi. E i suoi guru non ci capiscono più nulla. La sinistra politica e giornalistica reitera solo schemi e luoghi comuni superati. Femminismo, fascismo, antifascismo, Orban, Putin, aborto, tutti argomenti usati strumentalmente per inchiodare l’Italia a una contrapposizione sterile e inutile.
Proprio su questo Letta, come i commentatori e direttori di giornali, hanno fallito.

Operai, ceto medio impoverito, periferie, parte della borghesia, hanno votato destra. Emblematico il collegio di Sesto San Giovani: la Rauti che prende il doppio di Fiano. Tutto dire. E non è solo un vento passeggero, liquido.

Per la Meloni adesso, comincia una battaglia che diverrà guerra. Non solo governare in un momento drammatico (crisi economica, pandemica ed energetica), ma arginare in primis lo scontro ideologico del mainstream che da oggi non le darà tregua.
E non crediamo che serviranno le facce solo sorridenti, moderate e rassicuranti dei dirigenti di Fdi, che abbiamo visto in tv dopo i primi lusinghieri risultati.

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