Avvenire, Zuppi, Ruini: Giorgia Meloni e i rapporti oltretevere

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Un banco di prova importante per Giorgia Meloni sarà costituito anche dal rapporto con le gerarchie cattoliche, specie per chi come lei in passato non ha mancato di esprimere critiche nei confronti di Papa Francesco e certe sue prese di posizione, dichiarando pubblicamente di preferire San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Prima delle elezioni poi ha fatto molto discutere un incontro che la leader di Fratelli d’Italia ha avuto con il cardinale Robert Sarah prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, molto vicino a papa Ratzinger e spesso indicato dai media come uno dei porporati più critici verso il pontificato di Bergoglio (anche se lui ha sempre giurato obbedienza e manifestato stima nei confronti del Santo Padre). Una visita che però era stata interpretata come un tentativo della Meloni di cercare alleati in Vaticano fra le fila dei tradizionalisti e quindi nel campo anti-bergogliano.

Va dato atto alla Cei di essere stata in campagna elettorale molto attenta a non schierarsi, anche se le simpatie dei vescovi sono sembrate rivolte, in parte verso il Pd di Enrico Letta per il suo essere un cattolico di sinistra allievo di Romano Prodi e Beniamino Andreatta, ma soprattutto verso il Terzo Polo di Renzi e Calenda perché in linea con l’agenda Draghi e considerato oltretevere elemento di stabilità e moderazione. Pochi in verità gli assist per il centrodestra, se non per i centristi di Lupi soprattutto da ambienti di Comunione e Liberazione legati al vecchio corso (leggi Scola) da cui lo stesso Lupi proviene.

Dalle prime reazioni seguite alla vittoria della Meloni è evidente come da parte della Cei non vi sia alcuna intenzione di andare ad uno scontro con la premier in pectore, mostrando un’apertura di credito nei suoi confronti ma puntando dei paletti chiari.

Nelle priorità elencate dal cardinal Zuppi e che saranno considerate decisive per misurare l’affidabilità del nuovo esecutivo, non si parla di temi etici (lotta all’aborto, all’eutanasia, difesa della famiglia naturale) ma si dà grande risalto agli aspetti più propriamente sociali. Per l’arcivescovo di Bologna al primo posto ci sono infatti “le povertà in aumento costante e preoccupante; l’inverno demografico; la protezione degli anziani; i divari tra i territori; la transizione ecologica e la crisi energetica; la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani; l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti; il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”. E se in linea di massima si tratta di obiettivi condivisi da tutti, sarà soprattutto sul metodo che ci si dovrà confrontare visto che non esiste una sola ricetta per contrastare la povertà e le altre emergenze evidenziate da Zuppi.

Non sembra inserito a caso il tema dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, principale terreno di scontro fra il centrodestra e le gerarchie, come lo fu ai tempi dei decreti sicurezza di Salvini. Su immigrazione e sicurezza infatti le posizioni della Meloni non sono molto diverse da quelle del leader leghista e anzi, la leader di FdI ha sempre sostenuto la necessità di un blocco navale per respingere gli immigrati ed impedirne lo sbarco.

Il presidente Cei è stato ancora più esplicito in un’intervista pubblicata da Avvenire in cui spiega che “il dialogo con la politica avrà sempre al centro la bellissima Dottrina sociale della Chiesa, che ha tanto da dire oggi nelle sfide cui dobbiamo far fronte. E ciò significa la difesa della persona, la difesa dei diritti individuali e dei diritti della comunità”. Dottrina sociale della Chiesa che in passato è stata sempre strumentalizzata dai cattolici progressisti per giustificare il voto in favore del centrosinistra e contro il centrodestra berlusconiano. Sarà così anche con il centrodestra meloniano?

A proposito dell’ipotesi di cambiare la Costituzione Zuppi è ancora più categorico: “Sappiamo che ci sono i meccanismi per cambiare la lettera della Costituzione. Ma ciò che non dobbiamo cambiare è lo spirito e la visione che animarono i padri costituenti, spirito alto di grande idealità e di grande convergenza comune, nato dall’esperienza della mancanza di libertà del fascismo e degli anni terribili della guerra”. Un chiaro stop al progetto presidenzialista della Meloni?

Infine il rapporto con l’Europa che l’arcivescovo di Bologna, richiamando Draghi al Meeting di Rimini, ritiene fondamentale: “Abbiamo l’Europa, con i suoi limiti ma anche con la straordinaria eredità che rappresenta. Dunque dobbiamo cercare di radicarci sempre più in Europa e guardare con responsabilità al nostro futuro”. Un programma insomma molto più in linea con l’agenda Draghi e con le opposizioni che non con quello della Meloni.

Fin qui Zuppi. Ma se la Cei è prudente, non lo è invece Avvenire che con un’editoriale del direttore Marco Tarquinio è sembrato già esprimere un certo pregiudizio nei confronti dell’aspirante premier. “Giorgia Meloni – scrive Tarquinio – è una quarantenne che fa politica da trent’anni, non una rottamatrice, non un’antipolitica. È stata vicepresidente della Camera e ministra, e quando dice di sentirsi chiamata a «responsabilità» non parla a vanvera. Ma è anche portatrice di affilate visioni nazionaliste e presidenzialiste. E le ha proiettate, quasi sferrate, con decisione sia nel lento e faticoso cantiere federalista europeo sia, e persino di più, nel delicato «cambiamento d’epoca» in cui sta entrando la nostra Repubblica nata dalla Resistenza. Difficile credere, per tanti impossibile, che la grande rassicurazione possa essere un atlantismo diventato sinonimo della partecipazione attiva alla disastrosa deriva bellica in corso in Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nascondersi o tacere tutto questo non sarebbe realistico. Così come non lo sarebbe ignorare la preoccupazione, il sospetto e il gelo emersi in modo anche francamente inaccettabile dalle primissime reazioni europee al successo di Fdi e, all’opposto, gli applausi scroscianti tributati da governi e partiti del fronte euroscettico e sovranista”. Se non è una bocciatura poco ci manca, e il fatto che arrivi non da un qualsiasi giornale cattolico, ma dall’organo ufficiale della Cei, dimostra che fra la cautela diplomatica di Zuppi e gli attacchi diretti di Tarquinio che sembrano ispirati ai toni funesti di Letta, non c’è affatto entusiasmo per la vittoria della destra.

In compenso la Meloni può consolarsi con l’intervista dell’ex presidente Camillo Ruini al Corriere della Sera, che invece appare come un attestato di stima e fiducia nei suoi confronti: “Per me – ha spiegato il cardinale – è una persona simpatica e tosta, come si dice a Roma. Una chiave del suo successo è la chiarezza e la coerenza delle sue posizioni. Mi è sembrata molto perspicace, rapida nell’inquadrare i problemi”. Non solo, Ruini sembra benedire Giorgia come unica leader donna della politica italiana presente sulla piazza: “Me l’aspettavo perché ne vedevo l’ascesa. Mentre a sinistra non mi pare ci siano oggi donne di grande rilievo politico”. E se è presto per dire se il risultato del 25 settembre sarà ”storico in senso forte”, per Ruini certamente “troverà posto nei libri di storia, italiana e anche europea”.

E’ evidente come nella Chiesa esistano ormai posizioni diverse, ma è anche ovvio che tutto sarebbe stato più semplice se alla guida della Cei ci fosse stato ancora “Don Camillo”.

 

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