Si terrà questo pomeriggio l’atteso incontro chiarificatore fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi che dovrebbe mettere fine alla tensione di questi ultimi giorni.
Tensione che ha portato il centrodestra a dividersi in tifoserie come dimostrato soprattutto dai commenti social; da una parte i sostenitori della Meloni, con commenti velenosi rivolti al leader di Forza Italia del tipo “è vecchio, ha fatto il suo tempo, deve togliersi dai piedi, è la rovina del centrodestra, Meloni non ceda e tiri dritto”, e dall’altra i supporter berlusconiani, che sulla scia del foglio mostrato dalle telecamere accusano la premier in pectore di essere “arrogante, supponente, irriconoscente, di essersi montata la testa, in alcuni casi di essere addirittura fascista e così via”.
Niente male per un centrodestra che si candida a governare il Paese per cinque anni. Ma in politica torti e ragioni non stanno mai da una sola parte.
Berlusconi dopo le elezioni era convinto di giocare il ruolo del grande mediatore fra Meloni e Salvini, sicuro che sarebbe stato il leader leghista a creare problemi nella formazione del governo. Invece alla fine i ruoli si sono capovolti, con il risultato che lo scontro vero che ha già lasciato i primi pesanti strascichi sul campo (vedi l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato con i voti determinanti delle opposizioni e senza quelli degli azzurri) si è materializzato con Forza Italia.
Berlusconi si è impuntato su due nomi che sapeva perfettamente essere indigesti alla leader di Fdi ed essere divisivi nel suo stesso campo: quelli di Licia Ronzulli e Gianfranco Micciché. La prima è considerata “un’incendiaria” per come si è comportata durante la pandemia, ingaggiando una vera e propria “crociata” contro i non vaccinati, pronunciando parole di disprezzo assoluto nei loro confronti e invocando punizioni esemplari e durissime per chi rifiutava di farsi iniettare il siero. Non solo, all’interno di questa narrazione la senatrice berlusconiana ha spesso criticato proprio la Meloni e il suo partito, accusandoli di essere ambigui e di prestare il fianco alla propaganda anti-vax, puntando il dito soprattutto contro l’opposizione di FdI all’obbligo del green pass. Come poteva aspettarsi che la Meloni potesse accettarla nella sua squadra di governo addirittura nel ruolo chiave di Ministro della Salute?
Un nome quello della Ronzulli che in verità incontra forti resistenze anche dentro Forza Italia dove in tanti l’accusano di aver creato intorno a Berlusconi una sorta di cordone sanitario, emarginando le persone non gradite (sarebbe stata lei la principale responsabile della rottura con gli ex ministri del governo Draghi, la Gelmini su tutti).
Altro nome fortemente sgradito alla Meloni è senza dubbio quello di Micciché, plenipotenziario forzista in Sicilia ma anche il principale guastatore dell’ex giunta regionale di centrodestra guidata dal meloniano Nello Musumeci; il quale ha dovuto passare cinque anni a parare i colpi bassi sferrati da Micciché in accordo con parte dell’opposizione che hanno poi costretto l’ex governatore al passo indietro alle ultime elezioni.
L’insistenza di Berlusconi nel voler imporre nomi divisivi ha sicuramente dimostrato il declino di un leader privo ormai di spessore politico e prigioniero di capricci, rivendicazioni e soprattutto della sua eterna pretesa di essere una sorta di padre nobile del centrodestra cui tutti devono obbedienza, riconoscenza, rispetto, addirittura devozione. E la Meloni non può permettesi di discutere i nomi da lui proposti, ancor meno di rifiutarli, deve soltanto obbedire. Una posizione che ha portato le persone a lui più vicine, da Gianni Letta a Fedele Confalonieri per finire con i familiari, ad intervenire per smussare gli animi e ricondurre il Cav a miti consigli. E sembra che l’opera di convincimento abbia prodotto i propri effetti se stasera i due si incontreranno e chiuderanno probabilmente la questione dei ministri (almeno si spera).
Ma anche la Meloni forse ha mancato in alcuni casi di quella fondamentale capacità di mediazione che dovrebbe essere propria di una leader che si candida a guidare un Paese. Negli ultimi giorni forse si è troppo abbassata a replicare alle accuse di Forza Italia facendosi trascinare nella polemica, per altro risultata molto ghiotta ai media, provocata dal foglio di Berlusconi con su riportati gli epiteti poco simpatici riferiti all’aspirante premier. Il riferimento al suo non essere ricattabile andava francamente evitato lasciando che si placassero gli animi, e che chi di dovere riconducesse il leader forzista sulla via del buon senso e della ragionevolezza. Avrebbe fatto meglio a volare alto.
Così come senza dubbio eccessivo è stato il suo continuo richiamo alla qualità della squadra decisa a mettere in campo, che ha quasi fatto passare l’idea di una carenza di risorse all’interno del centrodestra, con la necessità di pescare le competenze giuste al di fuori del perimetro della coalizione, con il ricorso ai tecnici.
Infine non va dimenticato che la Meloni ha impostato la sua campagna elettorale in tono moderato, ovvero rivendicando il filo atlantismo di FdI, il sostegno incondizionato all’Ucraina, l’appoggio alle sanzioni contro la Russia, il No allo scostamento di bilancio per risolvere la crisi energetica, tutte posizioni che, come ha ben evidenziato anche Augusto Minzolini nel suo editoriale di ieri su Il Giornale, dovrebbero spingerla a privilegiare l’asse con gli azzurri piuttosto che con la Lega anche per avere un garante autorevole in Europa nel campo del Ppe.
Dall’incontro di oggi si capirà se le posizioni saranno definitivamente appianate o se si tratterà soltanto di una tregua. Berlusconi cederà, anche per non creare fratture nel suo partito con la componente che fa capo a Tajani che vuole ricucire e andare al governo, ma difficilmente manderà giù il boccone amaro. E gli analisti sono sempre più convinti che sarà lui il “demolitore” del governo, la spina nel fianco della Meloni, perché un leone ferito è sempre molto più incattivito e pericoloso di uno in piena salute.



