Non è mai quello che sembra o quello che si dice in pubblico. Gli interessi del partito, la coesione della coalizione, il bene comune: tutte parole. Che sanno di ipocrisia e retorica obbligata.
La politica è l’ultima vera guerra tra gli uomini. Attenzione alla strategia e alla mera propaganda. E da un po’ ci si sono messe pure le donne. Quindi, è una guerra democratica, ma comunque spietata.
Nel governo (l’opposizione risponde alle medesime regole), ad esempio, ci sono tante partite che si svolgono dentro la partita superiore.
La Meloni, non è una novità, deve sfruttare al meglio la sua occasione storica. Ha beneficiato di una congiuntura favorevole e l’ha sfruttata al massimo: unico partito all’opposizione dell’ammucchiata dei migliori draghiani, ha rubato quasi per intero il consenso a Salvini, e ora si appresta a governare.
Già dalla prima postura che ha assunto e dalle prime dichiarazioni dopo la vittoria elettorale, fino ad arrivare agli attuali noti concitati momenti (la formazione dell’esecutivo, toto-nomine compreso, la lite con Berlusconi, le risposte alla violenza verbale della sinistra, le ingiurie di Letta e le scritte anti-La Russa), si è distinta per lo stile: sobrio, asciutto ma autorevole. Che ricorda, richiama direttamente il suo piglio da capo-sezione, capo-attivisti, capo-militante.
Molto efficace la punzecchiatura al Cavaliere sul fatto che lei non sia ricattabile, lasciando prefigurare il passato pubblico e privato del leader di Fi.
Ma il punto è proprio questo: col tempo e velocemente, dovrà dimostrare di essere capo della coalizione e non un semplice capo di partito. E’ un altro ruolo che implica una diversa filosofia: non primo violino, ma direttore d’orchestra.
Riuscirà a non farsi prendere dalla logica del primato, dell’egemonia?
Salvini, dal canto suo, sta giocando un’altra partita, che rischia di sbattere sia contro la Meloni, sia contro il Cavaliere. Gli osservatori più accreditati ritengono che ci sia di fatto, un asse preferenziale, culturale, ideologico (sovranista), tra lui e la nuova premier. Ma in molti ritengono invece, che al contrario, il vero accordo sotterraneo sia proprio col Cavaliere. Si è visto col governo Draghi, si vedrà se il nuovo esecutivo dovesse subire troppi colpi, per manifesta incapacità o incompetenza, dalla Ue, dalla Bce e dal Fmi.
Il Capitano ha un anno di tempo: questo è il mandato che gli hanno consentito i maggiorenti della Lega (si legga governatori del Nord). E lui ha assicurato che grazie al sicuro protagonismo ministeriale, risalirà nei consensi popolari. Tradotto: userà le cariche che gli saranno affidate, non per l’unità e la stabilità di Palazzo Chigi, ma per la sua carica di segretario.
E certamente assisteremo a un’orgia di annunci, cui come scontato, seguiranno pochi fatti concreti.
Silvio infine, ha una partita molto più delicata. Da un lato, il personaggio rischia di essere grottesco. Durante il voto per la presidenza del Senato, non si è retto: sia fisicamente, data l’età, sia dal punto di vista verbale: ce l’ha con il metodo-Meloni, che lo ha costretto a sacrificare molti dei suoi e le sue protette.
E per lui, simbolo storico, tappo e viatico del centro-destra, passare dall’impostazione proprietaria a quella di comprimario, è pesante.
Ma c’è un ma. Fi è destinata a fare l’ago della bilancia della coalizione. Pertanto, il ruolo di Silvio e chi per lui, sarà delicato, ma vitale, centrale.
E la Meloni lo sa benissimo. Se si sfilano gli azzurri, sono dolori e il Terzo polo è pronto a subentrare, sbiadendo, smottando lo schieramento.
Dietro la funzione di garanzia moderata, occidentale, europeista di Arcore, c’è un forte ricatto.
E se Fi dovesse sfilarsi, la prossima volta, come accaduto per l’elezione di La Russa, non ci saranno più i voti di chi vuole fare il vicepresidente a puntellare la maggioranza uscita dalle urne. Arriveranno i franchi tiratori e gli sciacalli, nostalgici del Drago.


