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Immigrazione: finché la barca va, lasciala andare

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Finché la barca va, lasciala andare. Questa è la colonna sonora perfetta per il caso dell’immigrazione.

Una nave effettivamente se ne è andata ed è la Ocean Viking, un mezzo utilizzato dall’Ong francese Sos Mediterranée che opera insieme a Medici Senza Frontiere. Difatti, entrambe collaborano per navigare nel Mediterraneo, al fine di soccorrere i barconi in difficoltà.

Nonostante tale obiettivo, la nave è stata al centro di alcuni dei casi più importanti riguardanti il controverso sistema di soccorso delle organizzazioni non governative e ad oggi ritorna ad esserlo.

Inizialmente, riguardo il tema tra la Premier Giorgia Meloni e il Presidente francese Emmanuel Macron è avvenuto uno scambio di telefonate, successivamente si sono confrontati anche il Ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi e il collega Gerald Darmanin. Il tutto per provare a convincere l’Italia ad assegnare un porto sicuro alla Ocean Viking, ma niente da fare.

Così la decisione l’ha presa la Francia, la quale ha dato la sua disponibilità per accogliere la nave con 230 migranti a bordo ed ha indicato Marsiglia come porto sicuro, dove è attesa.

La risposta della Ong non si è fatta attendere e, dopo il silenzio italiano alla richiesta di Pos (Place of safety), dunque un porto sicuro, ha attaccato l’Italia. Il riferimento è relativo alla scelta del governo di offrire alle navi umanitarie solo lo sbarco selettivo per le persone considerate fragili e tale discriminazione, secondo la Ong, non sarebbe stata rispettosa dei diritti umani.

Lo stesso è stato ribadito da Emmanuel Macron, che se da un lato ha teso la mano sul caso della Ocean Viking, dall’altro ha attaccato e denunciato il “comportamento inaccettabile” dell’Italia, ritenuto contrario al diritto del mare e allo spirito di solidarietà europea.

Perciò si è passati dalla svolta alla tensione nel giro di poche ore. E comunque il discorso sull’emergenza delle navi di migranti era già stato aperto in un incontro avvenuto tra Macron e la Meloni, nel quale il leader francese ha insistito sul dovere dell’Italia di aprire i suoi porti alle navi che trasportano persone soccorse in mare.

Infatti la Francia, in passato, aveva già dato la sua disponibilità a farsi carico di una parte dei richiedenti asilo sbarcati in Italia. Questa soluzione era prevista dal patto di redistribuzione in vigore in Europa, che però l’Italia ritiene assolutamente insufficiente.

Certamente un’intesa amichevole con Parigi sarà indispensabile anche per riprendere il cammino sulle tre difficili strade al fine di imprimere una svolta alla questione dell’immigrazione.

La più percorribile resta la ricollocazione, ovvero la spartizione dei migranti tra i vari paesi europei, ma essa non si è mai concretizzata. E soprattutto non si è mai estesa agli «irregolari», ovvero alla maggioranza di quanti approdano in Italia.

Mentre le altre due strade restano difficili da intraprendere anche con l’aiuto francese. Si tratta della modifica del trattato di Dublino che richiede un voto unanime del Consiglio Europeo, il quale è ritenuto praticamente impossibile vista l’irriducibile opposizione dei paesi dell’Est e Nord Europa. Di conseguenza, finché questi saranno minacciati da un allargamento del conflitto in Ucraina, resterà molto improbabile anche l’avvio, evocato da Giorgia Meloni, di una missione militare europea per combattere i trafficanti di uomini sulle coste libiche.

Inoltre la Premier, dopo l’azione francese, ha dichiarato: «Esprimiamo il nostro sentito apprezzamento per la decisione della Francia di condividere la responsabilità dell’emergenza migratoria. L’emergenza immigrazione è un tema europeo e come tale deve essere affrontato, nel pieno rispetto dei diritti umani e del principio di legalità».

Sicuramente sono ben accetti gli atti di gentilezza da parte delle altre nazioni, poiché ovviamente il tema dell’immigrazione ha bisogno di solidarietà tra i diversi Paesi, ma queste soluzioni, in aggiunta agli accordi firmati in passato, non sono esaustive per fronteggiare una questione così importante e delicata.

Per questo motivo il problema dovrebbe essere affrontato dall’Unione Europea, la quale può prendere una decisione una volta per tutte, su chi interviene e come, in modo da risolvere, il prima possibile e una volta per tutte, il fenomeno a monte e non, invece, a mare.

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