Bossi sta a Salvini come Rauti stava a Fini. E’ la “sindrome del bunker”

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Umberto Bossi, considerato ormai una specie di mix vivente tra il padre nobile e il nonno ingombrante, questa volta sembra faccia sul serio.

A dire il vero, fin dalla svolta primatista-nazionale di Salvini, aveva sempre cercato di rappresentare l’anima identitaria padana, quella delle origini, spesso in sintonia con i governatori del Nord, che ne costituivano e costituiscono l’anima modernista; mentre lui, vecchio leone, incarnava, come incarna perfettamente tuttora quella antica.
Sebbene molto provato dalla malattia, a Castello di Giovenzano, qualche giorno fa ha sfoderato la grinta dei tempi migliori. Dalla sua, tanta gente semplice e attivisti della prima ora. Sono bastate poche e faticose parole, infatti, per infiammare il suo popolo, da anni scontento per la linea sovranista del Capitano. Atteggiamento andato sottocoperta, quando la Lega ha avuto numeri stratosferici, ma tornato in superficie dopo il netto calo dello scorso 25 settembre (un trend iniziato prima).

Naturalmente all’incontro non si è visto lo stato maggiore del Carroccio, ma si tratta comunque di un segnale preoccupante; specialmente se Salvini non riuscirà a recuperare voti e consensi, come pensa di fare, utilizzando la visibilità ministeriale, anche a costo di entrare in rotta di collisione con la Meloni, ovviamente più orientata e concentrata sugli interessi del governo. Al punto che in più di un’occasione gli ha chiesto di moderare i toni, troppo demagogici, troppo enfatici e divisivi su ogni argomento. Si è visto chiaramente a proposito della lite con Macron, dovuta a un suo tweet eccessivamente polemico e poco diplomatico, subito dopo la vittoria della premier sul caso Ocean-Viking.

Per il momento Bossi ha costituito il Comitato del Nord con queste parole-chiave: “Un luogo-laboratorio, per riconquistare gli elettori del Nord, rilanciando la spinta autonomista”. Altro che presidenzialismo.
Approfondendo, l’ennesima puntata del duello Bossi-Salvini, echeggia la diaspora che si consumò nel 1995 a Fiuggi tra Fini e Rauti. Fini, artefice della svolta liberal-conservatrice e rottamatore del Msi; Rauti, interprete della continuità col post-fascismo e con l’anima sociale della destra.
Ecco, possiamo dire che Rauti stava a Fini come Bossi sta oggi a Salvini.

Nei processi di evoluzione e di passaggio politico di una comunità, tra una fase che langue e una fase nuova da immaginare, costruire, ci sono sempre due forze contrastanti che si scontrano: una, che rompe e supera gli schemi, un’altra nostalgica degli schemi, specialmente se hanno portato al successo.
Una sorta di “sindrome del bunker” che porta leader, dittatori, personaggi storici eccezionali a reiterare le formule che li hanno consacrati, ma che di fronte alle difficoltà o agli scenari mutati, non riescono a liberarsene, ripetendole meccanicamente, finendo per perdere il contatto con la realtà.

Tra un’identità da cancellare o da musealizzare, c’è forse un’identità dinamica da attualizzare? Questo avrebbero dovuto capire Fini, Rauti e oggi Bossi e Salvini. Ma dovrebbe comprenderlo pure la nomenklatura del Pd alle prese col suo congresso costituente.

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