Minacce. E’ perché per la sinistra la Meloni è Giovanna D’Arco, non Cicciolina o Biancaneve

venerdì, 9 Dicembre 2022
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Le tecniche della comunicazione di sinistra sono sperimentate e collaudate. Su questo giornale abbiamo fatto molti esempi in tal senso.

La macchina del fango è un meccanismo consolidato, che si ripete ogni volta che al governo c’è la destra, indentificata come il male assoluto, il nemico del pensiero unico, che storicamente, se non dentro una dialettica corretta e obiettiva, assume le sembianze più diverse: globaliste, laiciste, vacciniste-salutiste, atlantiste, ecologiste etc.

Procede per step. Prima si grida al pericolo, nel caso della Meloni, il pericolo fascista per la democrazia. Un mantra cui siamo abituati, da quando nel 1994 Berlusconi, alias il corrotto, il mafioso, il Cavaliere nero, è andato a Palazzo Chigi, sconfiggendo la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, e reo di aver sdoganato il Msi-Dn, diventato An.
Poi, in prossimità del voto, si ipotizzano incombenti scenari di guerra, far west civile, economico, sociale, ondate nere in arrivo; e se nel caso di specie, Fdi (25 settembre) prende “appena” il 26% dei consensi, è come se avesse perso, pur vincendo (si enfatizzano i numeri del non voto, solo in questo caso, non quando prevalgono i partiti giusti o i tecnici giusti). La narrazione l’abbiamo vista anche con Trump alle elezioni del mid-term: la verità è stata che i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza alla Camera, ma non avendola strappata pure al Senato è come se fossero stati sconfitti (della serie, onda minima, Trump ridimensionato, Biden ha recuperato).

E ancora: fin dall’insediamento del “governo ostile” (ai poteri forti, al mainstream, a Bruxelles etc), inizia un bombardamento senza tregua: con demonizzazioni, ironia, inchieste faziose, programmi indirizzati, lezioni da pulpiti a senso unico. Il messaggio è demolire, mettere all’angolo, oppure consigliare alla destra di fare il centro o di fare la sinistra (strategia infida).
In pratica, tutte le tv, del servizio pubblico, privato, fino al “partito unico giornalistico” (Repubblica-Corriere-Stampa), partono in quarta, con esponenti della maggioranza e ministri in carica costretti a difendersi, a giustificarsi per l’incompetenza, gli errori commessi, ignorando ovviamente le responsabilità della classe politica che ha governato finora.
E qui che nasce l’odio sociale e culturale verso la persona della Meloni.

Si attribuisce al suo governo un’ingiustizia storica, come il reddito di cittadinanza (senza dibattito e confronto civile, razionale, basato sul buon senso); si sporcano provvedimenti come quelli sui Pos (sinonimo per la sinistra di evasione e favore ai ricchi), e si genera automaticamente indignazione, conflitto.
E quando il conflitto diventa di massa, inesorabilmente degenera. A parole e nei fatti. Gli anni Settanta, gli anni di piombo sono cominciati così. Nella progressione fisiologica “opposizione-antagonismo-violenza”.

E partiti, sindacati in sciopero evidentemente politico, ideologico, pregiudiziale, movimenti, associazioni etc, hanno le loro grandi colpe. Motivate solo in parte dall’ossessione di recuperare il consenso interno.
Ma nei confronti della Meloni c’è un problema più profondo che ha mandato in cortocircuito culturale la sinistra.
Ha rotto ogni suo paradigma: è una donna non benestante, nata in quartieri popolari, si è fatta da sola, ha prevalso sugli uomini, e dal basso è ascesa a premier. Non ha beneficiato dei salotti buoni, non viene da famiglie ricche, non è stata favorita da raccomandazioni, lobby, come la Schlein, prototipo del Dna radical-chic della sinistra di oggi.
Un femminismo di destra, che non rientra nella narrazione radical, liberal e cioè, la donna medioevale, sottomessa al maschio, angelo del focolare, casalinga. A metà tra Biancaneve e Cicciolina. Invece, la Meloni è Giovanna D’Arco e questo suscita rabbia, invidia.
Gli attacchi a lei e a sua figlia, dal viaggio a Bali, fino alle minacce di morte via social dell’altro giorno, sono casi di scuola.

Livore per un’immagine che contraddice la tradizione di sinistra, che tra l’altro, subito si è messa a copiare Fdi (ricordiamo Letta che va votare con le sue donne, tutte marginali nella casta dem, e ora la stessa scelta della Schlein alle primarie); e l’effetto della violenza verbale dei Landini e dei Conte, che agitano il popolo di fronte alla tirannia della destra di governo.
Un conto è la legittima protesta, polemica politica, un conto sono i modi, le modalità della comunicazione. Oggi siamo in epoca social, e la rete vellica la pancia, non la testa, nemmeno il cuore. Conte, Letta, Landini, dovrebbero saperlo. Se hanno interesse per l’Italia e non per la bottega.

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