A Guidonia Montecelio otto minorenni hanno sfasciato la scuola come forma di “plateale protesta” per aver ricevuto un brutto voto; in provincia di Ferrara un genitore ha sferrato un pugno alla professoressa, “rea” di aver rimproverato la figlia; in provincia di Rovigo durante l’ora di lezione gli studenti, per puro diletto, hanno colpito alla testa la professoressa con i pallini di una pistola ad aria compressa: quest’ultimo è il caso più eclatante che ha riempito per giorni le pagine dei giornali e i pensieri di troppi opinionisti, anche se episodi del genere sono diventati cronaca quotidiana. I presidi parlano di un imbarbarimento generale, mentre Attilio Fratta, presidente nazionale di Dirigenti Scuola, sindacato che riunisce un migliaio di associati, si spinge oltre ed evoca l’immagine efficace di una giungla. Plaude all’iniziativa del ministro Valditara di affiancare l’avvocatura di Stato ai professori aggrediti o minacciati. «Ma – premette – la questione è molto più articolata, ho avuto modo di esprimere le mie perplessità al ministro proprio il giorno in cui ha emanato la circolare».
Come giudica nel complesso l’iniziativa del ministro Valditara?
«Condivisile, ma il problema potrebbe essere l’applicazione della circolare, che richiama la norma del 1933. Oggi l’Avvocatura dello Stato già si occupa della cosiddetta difesa passiva. Esempio: un preside sanziona un docente, il quale può impugnarla, anche corredandola da una denuncia penale nei confronti del collega. In questo caso il preside viene difeso dall’Avvocatura. Il ministro ipotizza, invece, una difesa attiva, caso che si configura normalmente se il docente aggredito si rivolge ai carabinieri, che investono la procura della Repubblica. Quindi sarà il pm a rappresentare le ragioni della vittima. Le mie perplessità nascono dalla procedura perché, a mio avviso, è materialmente inapplicabile. Stando alla circolare e alla norma del 1933, il professore segnala e relaziona al preside l’aggressione subita; il dirigente trasmette la relazione al direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale; l’Usr la inoltra al ministero, che a suo avviso decide o meno di trasferirla all’Avvocatura dello Stato, la quale, infine, valuta l’opportunità di procedere. Questo passamano, considerando i tempi della Pubblica amministrazione richiede almeno tre mesi facendo decadere il termine di legge per la presentazione di una querela per vie tradizionali. L’iter andrebbe snellito anche togliendo a ministero e avvocatura il potere di valutazione affinché il docente vittima di violenza sia sicuro che la sua denuncia sia esaminata, che riceva assistenza dallo Stato e che abbia la certezza della sanzione per il suo aggressore. Auspico che una volta passato il clamore, l’iniziativa del ministro non finisca nel dimenticatoio come tante altre questioni. Questo paese ha bisogno di comportamenti esemplari altrimenti finirà sempre tutto nella fluidità di un dibattito politico».
Quali altri provvedimenti chiederebbe al governo per fermare questa deriva e riaffermare la centralità della scuola?
«Qui si apre uno scenario vastissimo per il quale bisognerebbe ripensare la scuola. Intanto cominciamo a proteggere gli istituti. Durante le lezioni devono rimanere chiusi per garantire la sicurezza di personale e studenti. Ci sono dei plessi in cui non si è nemmeno sicuri di trovare bidelli a sufficienza. Un dirigente di Genova ha avuto dei problemi perché durante un’assemblea di istituto due militanti di un movimento politico extraparlamentare sono entrati tranquillamente per seguire i lavori senza che nessuno li abbia fermati. Ripeto: qualunque provvedimento va applicato con la certezza di sanzioni. Sarebbe un ottimo deterrente».
E’ possibile, professor Fratta, che la scuola sempre più inclusiva abbia paradossalmente riconosciuto un ruolo eccessivo a genitori e studenti?
«Si è capovolto il mondo. Quella che doveva essere l’aria di rinnovamento scaturita dal ‘68, dall’introduzione dei decreti delegati, dall’istituto della partecipazione, dall’inclusione degli studenti disabili è diventata un’invasione di campo. Mi spiace dirlo, ma non so per quale ragione i genitori sono sempre dalla parte dei ragazzi. Mi ha telefonata una collega tutta agitata e mi ha raccontato di essere stata verbalmente aggredita al telefono da un genitore che l’ha rimproverata per aver permesso che in classe si trattasse un argomento a lei sgradito. Siamo all’impazzimento. Ora i professori devono chiedere il permesso ai genitori pure sulla didattica. I miei tempi sono lontani, ma quando capitava di ricevere una nota disciplinare ero più terrorizzato dalla reazione dei miei genitori. In verità, ci sono anche docenti che creano problemi. A mio avviso prima di autorizzare una persona a insegnare bisognerebbe sottoporla ad analisi didattica. Oltre alla competenza della disciplina occorre che il docente sia una persona mentalmente stabile perché corre il rischio di rovinare il percorso di decine di studenti. Ma per fortuna parliamo di pochi casi».
L’autonomia scolastica sembra che abbia smantellato il vecchio modello meritocratico trasformando la didattica in “patto educativo” e i ragazzi in “clienti”. Tra le cause che hanno determinato lo svilimento dell’istituzione scolastica possono esserci anche queste dinamiche endogene?
«L’autonomia in sé non era sbagliata, è come è stata applicata negli anni. Ebbi modo di incontrare una delegazione giapponese, capeggiata dal ministro dell’istruzione, desiderosa di conoscere lo stato della scuola italiana e affascinata dalle nostre riforme di settore. Pensammo di far visitare loro gli istituti più moderni e funzionali per fare bella figura. Al momento dei saluti il ministro ci disse: avete le migliori leggi e le peggiori scuole».



