Viaggio a Kiev. Giorgia vince in comunicazione. Ma la sostanza politica?

giovedì, 23 Febbraio 2023
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Il mezzo è già messaggio. Lo ha sempre detto McLuhan. E quale messaggio più incisivo e ficcante della postura che ha assunto Giorgia Meloni durante la visita a Kiev?

Qui si tratta di pura comunicazione politica con i suoi inevitabili effetti. Cioè, il recupero dell’immagine internazionale, la centralità delle relazioni, la risposta di fatto al protagonismo fastidioso e velenoso di Macron che, ribadendo il vecchio asse franco-tedesco per uscire dallo stallo interno (si legga “anatra zoppa”; da capo di Stato di una Repubblica “semi-presidenziale” deve governare un parlamento a maggioranza di centro-destra), l’ha esclusa, come noto, dalla famosa cena con Zelensky.

Facciamo tre foto (scattate in contemporanea): Putin parla alla Duma, in attesa del mega-raduno di piazza; Biden parla a Varsavia, un florilegio di propaganda ideologica dall’una e dall’altra parte, come ogni guerra impone, e la nostra premier che va in Ucraina.
10 ore di treno, lo sguardo assonnato, una condizione fisica ancora non perfetta (l’influenza); durante la conferenza stampa si è soffiata ripetutamente il naso. Ma un’indubbia empatia col dramma di quel popolo, a cui ci ha abituati, ogni volta che presenzia e condivide cerimonie dal toccante sapore umano e identitario (le foibe, la giornata della Memoria etc).

Giorgia si è commossa, vedendo le rovine, i frutti nefasti dei bombardamenti, usando infatti, una foto: “Un conto è il freddo di chi commenta da lontano i fatti bellici, un conto è la visione calda della tragedia”.
E assolutamente suggestivo, il collegamento che ha fatto poi, tra la vicenda ucraina, la sua resistenza e il Risorgimento italiano. Tradotto: il sacrificio di tanti giovani che hanno preparato la nostra unità nazionale, la nostra sovranità statuale, proprio nel momento in cui qualcun altro asseriva che l’Italia fosse una mera “espressione geografica”; il medesimo concetto usato da Putin, per quanto riguarda l’invasione in Ucraina.
Lo scontro globale è ormai evidente da anni: imperi contro nazioni, come alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale.

Indubbiamente la Meloni ha fatto gol. Un successo personale di una piccola nazione che si mette in gioco in uno scacchiere da guerra fredda che torna. E ha colpito la spontaneità (la sua arma vincente) durante la rituale conferenza stampa, quando ha dialogato bene in inglese con Zelensky, addirittura sostituendosi al traduttore, essendo saltato il collegamento. Altro che “garbatellara”, come da vulgata razzista e snob della sinistra.

Ma proprio perché sta tornando la guerra fredda, bisognerebbe evitare toni e argomenti uguali a quel tempo. Il tema irrisolto è: si può essere atlantisti, alleati leali degli Usa, senza sottostare alle strategie della Nato, che non sono difensive ma offensive, e che hanno come fine non tanto la tutela della sovranità ucraina, ma la sconfitta, il fallimento di Putin come leader e come regime?

Seconda domanda. E’ pensabile davvero che il continuo rifornimento di armi sempre più d’attacco (caccia bombardieri, carrarmati etc), metta fine alle ostilità?

Terza domanda. Si può discutere, una volta per tutte, sul vero e sul falso concetto di sovranità? Lo ripetiamo ancora una volta: uno Stato è autenticamente sovrano quando batte moneta, è padrone delle sue fonti energetiche, delle infrastrutture, dell’economia (e non colonia grazie alle privatizzazioni che consentono la effettiva sovranità solo alle multinazionali, guarda caso anglo-americane). Altrimenti non c’è sovranità, né violata, né difesa.
E’ chiaro che tale approfondimento non si fa e non si farà mai. Perché il risultato sarebbe comprendere la partita in atto, la reale posta in gioco: gli interessi Usa, che “strumentalizzando” Zelensky, hanno dichiarato guerra alla Federazione russa.

A nessuno interessava questa guerra già scoppiata nel 2014; interessa unicamente ora. Perché? Che fine hanno fatto le dichiarazioni di papa Francesco sull’abbaiare della Nato alle porte di Mosca?
Ecco, l’Italia potrebbe svolgere un importante ruolo di indipendenza militare, strategica, concentrata sul futuro di tutti. Invece, essendosi schierata, essendo parte in causa, non può più candidarsi, come avrebbe potuto, a guidare una missione di pace tra i due contendenti.
Ha preferito la retorica atlantista, la demagogia filo-americana, privilegiando la “real-politics” al vero sovranismo. Che è il contrario della chiusura, ma una strada originale e indipendente in un’Europa indipendente dai blocchi.

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