Gerusalemme capitale, perché Meloni non può dire di sì a Netanyahu

venerdì, 10 Marzo 2023
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Fra le richieste del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, oggi a Roma per incontrare il presidente del consiglio Giorgia Meloni, c’è anche quella di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele.

Lo ha dichiarato apertamente in un’intervista rilasciata al direttore di Repubblica Maurizio Molinari in cui sostiene che “È ora che Roma riconosca Gerusalemme, nostra capitale da tremila anni”. La questione però è da sempre oggetto di forti contrasti, a livello religioso prima ancora che politico e diplomatico, visto che Gerusalemme gode di uno status speciale, ovvero di essere città santa per le tre grandi religioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo e Islam.

Un passo indietro: Gerusalemme è stata proclamata dallo Stato d’Israele propria capitale nel 1980, status però non completamente riconosciuto a livello internazionale, per via delle rivendicazioni dei palestinesi e dell’occupazione da parte delle truppe israeliane della parte orientale della città. Dopo la guerra del 1948-49 la parte occidentale della città fu occupata dalle truppe israeliane e la città vecchia dall’esercito giordano. Nonostante il tentativo da parte dell’ONU di far valere il principio dell’internazionalizzazione, i due Stati in conflitto seguirono gli accordi presi annettendo le zone occupate. Gli israeliani riunificarono Gerusalemme dopo la guerra del giugno 1967, assumendo il controllo di tutta l’area della Cisgiordania. Nel 1980, con la “legge fondamentale”, Gerusalemme unita fu proclamata capitale di Israele, anche se le sedi governative rimasero a Tel Aviv, così come le rappresentanze diplomatiche degli Stati. Nel 2002 fu innalzata la barriera di separazione israeliana contro il terrorismo palestinese che attraversa anche Gerusalemme. Il 5 dicembre 2017 il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riaperto la questione riconoscendo pubblicamente Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele e avviando le procedure per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv.

Riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele vorrebbe dire andare a sostenere una decisione destinata a mettere definitivamente la pietra tombale sul processo di pace in Medio Oriente. E’ sotto gli occhi di tutti come il ritorno al potere di Netanyahu stia riaccendendo le tensioni con i palestinesi, vista la politica aggressiva che l’attuale premier ha sempre portato avanti ogni volta che è tornato al potere. Politica aggressiva concretizzata soprattutto dalla costruzione di nuovi insediamenti. E difatti il processo di pace è ormai fermo da anni, esattamente da quando un ictus mise fuori gioco l’ex premier Ariel Sharon che, insieme a Shimon Peres era riuscito ad avviare lo smantellamento degli insediamenti coloniali israeliani nei territori palestinesi.

In più in questo momento Netanyahu è oggetto di forti contestazioni nel suo Paese, a causa del progetto di riforma della giustizia del suo governo, che a detta delle opposizioni punterebbe a limitare l’autonomia della magistratura rispetto all’esecutivo, mettendo al riparo lo stesso premier dai processi che lo vedono coinvolto.

Allo stesso tempo la visita del premier israeliano è però molto importante per Giorgia Meloni che è ancora chiamata a giustificare il suo essere di destra e a prendere le distanze dal fascismo, dalle leggi razziali, dall’antisemitismo. Lo stesso Netanyahu ha in qualche modo “assolto” la Meloni riconoscendole di essere affidabile “avendo condannato chiaramente l’antisemitismo e l’antisionismo. Questo è fondamentale. Il pericolo che abbiamo oggi è la convergenza a cui assistiamo in Europa fra alcuni gruppi dell’estrema sinistra, che mossi dall’odio verso Israele si alleano perfino con i jihadisti dell’Islam radicale che disprezzano i diritti delle donne”. Su questo punto è sicuramente vero come Israele in Italia abbia sempre ricevuto maggiori appoggi dai governi di centrodestra rispetto a quelli di centrosinistra molto più sensibili alle ragioni dei palestinesi.

Quindi è ovvio che il governo italiano ha tutto da guadagnare dalla buona riuscita di questo incontro e dal rafforzamento delle relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele. Resta il nodo del riconoscimento di Gerusalemme come capitale.

Matteo Salvini ha già detto sì e del resto lo aveva promesso anche in campagna elettorale. Un’adesione alle richieste di Israele sarebbe sicuramente apprezzata dalle comunità ebraiche italiane, ma porrebbe un serio problema di coerenza per la stessa Meloni. La quale sta sostenendo con forza l’Ucraina nella guerra contro la Russia, affermando la necessità di armare Kiev in nome della difesa del diritto internazionale che Mosca ha gravemente violato. E allora, come potrebbe oggi la premier riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele quando tanto l’annessione della parte Est che la stessa proclamazione della città come capitale dello Stato, sono considerate dall’Onu violazioni del diritto internazionale, oltre che un serio ostacolo al processo di pace in Medio Oriente?

Infatti tanto Palazzo Chigi che la Farnesina hanno frenato nelle ultime ore le dichiarazioni di Salvini e di altri esponenti della Lega che hanno espresso il loro sostegno alla richiesta di Netanyahu già soddisfatta dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Eppoi c’è l’Unione Europea che si è sempre mostrata molto sensibile alla causa palestinese, spesso assumendo posizioni che sono risultate molto sgradite agli israeliani.

Vedremo come la premier riuscirà a coniugare l’importanza di un incontro che di fatto contribuisce notevolmente a sdoganarla rispetto alla propaganda ostile della sinistra e di parte delle comunità ebraiche che la ritengono poco affidabile rispetto alla lotta contro l’antisemitismo e il fascismo, con l’esigenza di mantenersi in linea con le strategie politiche e diplomatiche dell’Europa e della Comunità internazionale nell’esplosiva questione israelo-palestinese.

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