Drogati in carcere, l’ex ministro Giovanardi: “A Delmastro e Meluzzi dico che la legge c’è già”

martedì, 28 Marzo 2023
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Continua la discussione sulla proposta avanzata dal sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro di Fratelli d’Italia sui detenuti tossicodipendenti in carcere. Il sottosegretario ha proposto di intervenire trasferendoli in strutture private a loro dedicate e così riducendo notevolmente il sovraffollamento degli istituti penitenziari, visto che molti detenuti hanno problemi di tossicodipendenza. Si è detto d’accordo con Delmastro lo psichiatra Alessandro Meluzzi (LEGGI QUI) che ha evidenziato come un drogato lasciato in carcere sia una mina per la società. Oggi interviene a Lo Speciale l’ex ministro e senatore Carlo Giovanardi da sempre molto attento e sensibile al tema delle tossicodipendenze, che durante gli anni in cui ha ricoperto l’incarico di sottosegretario del governo Berlusconi (2008/2011) con delega alle politiche antidroga, si è occupato direttamente del problema.

Senatore, cosa non la convince della proposta Delmastro?

“Non si tratta di essere convinti o meno della genuinità della proposta che io condivido. Il problema è che in Italia ciò è già possibile, perché la legislazione vigente introdotta quando nel governo Berlusconi mi occupavo proprio di questioni legate al mondo delle tossicodipendenze, stabilisce che chi è stato condannato a pene fino a sei anni per aver commesso reati sotto l’effetto di droghe, non deve stare in carcere ma essere trasferito in apposite strutture dove essere curato”.

Perché allora la legge non viene applicata?

“Perché in Italia purtroppo le cose sono sempre complicate da attuare. Le competenze in tema di tossicodipendenze sono infatti in parte nazionali ma nella gran parte regionali. Quindi sono le Regioni a possedere la competenza di finanziare le comunità di recupero che devono accogliere i detenuti. Quando un tossicodipente commette un reato si aprono due propettive: o non va in carcere perché già nell’udienza preliminare viene riconosciuta la necessità di trasferirlo in comunità, oppure viene trasferito in corso d’opera, ovvero mentre sta già in regime di detenzione. Ma perché ciò avvenga ci deve essere una comunità disposto ad accoglierlo. Ma la comunità deve essere pagata, e chi è che deve pagarla? Capisce bene che il problema non è di carattere politico o legislativo ma puramente amministrativo”.

Come si può superare l’intoppo?

“Esiste la Conferenza Stato-Regioni ed è in quella sede che deve essere sbloccata la situazione per rendere attuativi provvedimenti che la legge contempla già. La proposta di Delmastro è apprezzabile e condivisibile, ma è già vigente. Il principio che avevamo stabilito insieme a tutti gli attori coinvolti nel progetto e citati anche da Meluzzi nell’intervista, ovvero don Oreste Benzi, don Pierino Gelmini, Vincenzo Muccioli, don Mario Picchi e gli altri con cui ci siamo confrontati nell’ambito della conferenza nazionale sulle droghe, era quello di intervenire su più fronti: innanzituitto sulla prevenzione, da favorire attraverso una capillare azione di informazione nelle scuole sui danni provocati dalle droghe; perché se tutti coloro che in Italia si battono per legalizzare la cannabis visitassero anche soltanto una delle tante comunità di recupero, si accorgerebbero che sono centinaia i minorenni che hanno già la vita rovinata dalla droga, compresa quella cosiddetta leggera”.

Come intervenire quindi?

“Dopo la prevenzione e l’informazione c’è il recupero. Può capitare purtroppo che una persona per diverse ragioni possa entrare nel tunnel della droga. All’epoca c’era chi proponeva addirittura le stanze del buco come in certi Paesi del Nord, ma i grandi personaggi sopra citati hanno sempre promosso la cultura del recupero dimostrando con i fatti come dal tunnel si può uscire e tornare ad una vita di relazione. Ci vuole un duro lavoro, tanta fatica e appunto le strutture adeguate”.

Restando in carcere, come dice Meluzzi non rischiano di diventare invece una mina per la società?

“Il carcere è l’ultimo dei posti in cui dovrebbe stare un tossicodipendente. Facendo ovviamente le dovute distinzioni, perché non si può considerare tossicodipendente ad esempio un rapinatore professionista che prima di fare una rapina si imbottisce di cocaina per darsi la carica. Se uno è un assassino resta un assassino, che sia tossicodipendente o meno, e come tale deve stare in carcere. Stiamo parlando come già detto di detenuti tossicodipendenti con condanne fino a sei anni. Poi avevamo sezioni specializzate presso le carceri dove affrontare il problema del recupero anche dei detenuti con condanne molto più gravi che non potevano uscire”.

Quindi basterebbe che lo Stato e le Regioni chiariscano i rispettivi ambiti di comptetenza e la legge potrebbe già funzionare?

“Esattamente. Una situazione che come detto va sbloccata nella Conferenza Stato-Regioni. Tenga conto che oggi la maggioranza delle regioni italiane è amministrata dal centrodestra e quindi è molto più facile collaborare in questa direzione. Ai miei tempi c’erano invece diverse regioni governate dal centrosinistra che, per orientamento ideologico, non condividevano la nostra impostazione. Mi sento di rivolgere un appello al ministro degli Affari europei e della coesione territoriale Raffaele Fitto ad attivare presso la Conferenza Stato-Regioni un circuito virtuoso, per fare in modo che le norme in vigore siano finalmente correttamente applicate”.

Intanto gli antiproibizionisti insistono con il dire che il sovraffollamento delle carceri si risolverebbe più facilmente legalizzando le droghe leggere. Come risponde?

“Che è una sciocchezza! Nessuno finisce in carcere perché si è fatto uno spinello. Se qualcuno ci sta ci è finito per errore, perché la legge in questi casi non prevede l’arresto. In Italia infatti l’uso personale di droga è depenalizzato e viene sanzionato unicamente a livello amministrativo. Il consumo personale comporta il ritiro della patente e del passaporto, ma niente di più. Il ritiro della patente è una misura di prevenzione rivolta ad evitare che un consumatore di droga possa mettersi alla guida e sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti provocare un incidente. Ciò che è penalmente perseguibile è lo spaccio di droga, ma anche lo spacciatore se tossicodipendente non deve stare in carcere ma essere trasferito in comunità. Tenga conto che stiamo parlando di una normativa all’avanguardia nel mondo. Peccato che come spesso avviene in Italia ciò che è scritto nelle leggi non viene poi appplicato. Ma ripeto, l’interlocutore qui non è il Parlamento ma sono le amministrazioni, quella centrale e quelle regionali”.

 

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