Meloni da Biden: non solo Cina ma Africa (e Italia)

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Meloni vola dal presidente Usa Joe Biden giovedì 27 luglio. I soliti bene informati scrivono che ci va per annunciare che straccerà l’accordo con Pechino sulla Via della Seta e per ricevere rassicurazioni dal potente alleato che le eventuali ritorsioni cinesi non danneggeranno l’Italia.  

In realtà si tratta di una interpretazione assai riduttiva. E ve n’è già traccia nella nota della Casa Bianca che annuncia l’incontro, comunicato che, pur nella sua stringatezza, fa capire che la premier italiana e il presidente americano avranno parecchi argomenti da trattare: Meloni e Biden «discuteranno dei loro interessi strategici comuni, inclusi l’impegno condiviso a continuare a sostenere l’Ucraina, gli sviluppi in Nord Africa e un più stretto coordinamento transatlantico riguardo alla Cina. I due parleranno inoltre della prossima presidenza italiana del G7 nel 2024».

Pechino compare certo nell’agenda dell’incontro, ma non al primo posto. Prima della Cina c’è l’Africa, per l’esattezza il Nord Africa. Quell’espressione, «sviluppi», sta a significare che gli Usa ritengono probabilmente che la situazione in quell’area sia in evoluzione e pensano forse che l’Italia possa svolgere un ruolo non marginale.

Vale la pena sottolineare che la missione americana di Meloni arriva al termine di una vera e propria “full immersion” della premier nei problemi della sicurezza del Mediterraneo e dell’emergenza alimentare globale: prima con la conferenza internazionale di domenica 23 luglio alla Farnesina su migrazioni e sviluppo, poi con il vertice Fao che si è inaugurato, sempre a Roma, il giorno successivo. In entrambe le occasioni la leader italiana ha ribadito il concetto che l’unica strada per disattivare i conflitti nelle aree depresse del pianeta è quella di promuovere la cooperazione e lo sviluppo, inaugurando il percorso della «sicurezza alimentare».

Per quello che in particolare riguarda le migrazioni, la Meloni propone di superare la logica meramente strumentale del finanziamento ai Paesi nordafricani per acquistare motovedette volte a bloccare la partenza dei barconi carichi di disperati. L’approccio nuovo, condensato nel Piano Mattei (che verrà illustrato in autunno), è quello di investimenti e partenariato per offrire opportunità di vita ai giovani che vivono in molte aree del Sud del mondo, una prospettiva che dovrebbe riguardare in particolare i Paesi del Nord Africa, del Sahel, del Corno d’Africa.

Dal punto di vista americano, i progetti africani prospettati dalla Meloni dovrebbero significare maggiori garanzie di scurezza in un’area di tensioni crescenti per via dell’integralismo islamico, per la corsa cinese alle materie prime e per il rinato interesse russo a consolidare la sua presenza nei “mari caldi”.

Sul piano strettamente geostrategico, la spinta promossa dalla premier italiana è quella di riequilibrare, per quello che si può, a Sud, nel Mediterraneo, l’asse della Nato sempre più pesantemente sbilanciato a Est, a seguito della guerra in Ucraina.

L’interesse americano a un presidio italiano del fronte meridionale dell’Alleanza Atlantica potrebbe a sua volta essere quello di concentrare più forze sui confini orientali dell’Europa e sul mar Cinese Meridionale. In questo senso andrebbe forse  interpretato quel «coordinamento transatlantico riguardo alla Cina» cui si allude nella nota della Casa Bianca. Gli Usa non hanno certo bisogno dell’Italia per contrastare la proiezione geostrategica cinese: a tale scopo possono contare sulla collaborazione dell’Australia, della Gran Bretagna, del Giappone ed eventualmente della Francia. Una rinnovata presenza italiana nel Mediterraneo potrebbe però anche voler dire una pressione sull’Italia affinché aumenti le sue spese militari.

L’eventuale successo della missione americana della Meloni lo si potrà misurare, a breve, nella vicenda del finanziamento Fmi da 1 miliardo e 800 milioni di dollari alla Tunisia bloccato dagli Usa per via della politica del presidente Kais Sayed, da Washington ritenuta autoritaria. Se Biden dovesse togliere il veto, sarebbe la riprova che la strategia atlantica della premier sta funzionando.  È il caso di ricordare che uno dei cardini della politica africana della Meloni è proprio la stabilizzazione del Paese nordafricano e la sua uscita dal rischio default.

Sapremo anche, indirettamente, se gli Usa tengono alla stabilità politica dell’Italia. La Meloni sta investendo molto sulla sua proiezione africana. E l’eventuale successo di tale strategia avrebbe indubbie ricadute positive sul governo nel prosieguo della legislatura. Alla fine anche a Washington si saranno stancati di premier “tecnici” che ogni tanto incombono sull’Italia e di governi imposti a un popolo che non li ha votati. Almeno così spera la Meloni. Almeno così speriamo tutti. O quasi.

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