Scontro sul Mes: ecco la vera posta in gioco

sabato, 23 Dicembre 2023
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Lo scontro sul Mes si appresta a diventare il leit motiv politico di queste festività natalizie. Ma sbaglia chi accusa i “sovranisti” italiani di aver voluto, con il no al Mes, lo scontro con l’asse franco-tedesco per la brutta figura inflitta al nostro Paese nella trattativa finale sul Patto di stabilità. Il discorso è molto più complesso e articolato.

Dietro lo stop della Camera alla ratifica del trattato di modifica del fondo salva Stati si intravedono almeno tre linee strategiche: due riguardanti rispettivamente FdI e Lega mentre l’altra concerne il M5S. Sono questi i tre partiti che hanno voluto mandare un messaggio forte all’Europa affossando, almeno per il momento, il nuovo Mes. Comune a tutte e tre queste formazioni è l’obiettivo di aprire da subito la campagna elettorale per le Europee. Ovviamente, i target politici cambiano da partito a partito.

Cominciamo dal M5S. La linea dello scontro con Bruxelles adottata da Giuseppe Conte sta a significare che, per i 5 Stelle, non è proprio il caso di parlare di “campo largo” o affini, almeno fino alle elezioni europee e sicuramente non nei termini in cui se n’è, negli ultimi tempi, parlato: cioè con Elly Schlein che dovrebbe fare da federatrice delle varie anime dell’opposizione al governo Meloni. Chiara è l’intenzione del leader pentastellato di sorpassare il Pd nelle consultazioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, impresa non impossibile, dal momento che i sondaggi indicano il partito della Schlein in vantaggio di soli due punti su quello di Conte (19% contro 17%). In tal senso l’opposizione al Mes può diventare per i pentastellati una facile arma propagandistica in vista delle elezioni.

Per quanto invece riguarda Matteo Salvini, non c’è dubbio che lo scontro sul Mes segni per lui un punto a favore nell’ambito della coalizione di centrodestra, avendo proprio la Lega trasformato da tempo l’opposizione alle modifiche del fondo salva Stati in uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Dopo il no della Camera, il leader leghista può legittimamente appuntarsi al petto la medaglia di trascinatore dell’opposizione sovranista all’Europa a trazione bancaria. In questa situazione, Salvini segna peraltro un punto a favore anche nei confronti di Giancarlo Giorgetti, del quale soffre l’accresciuta autorevolezza dalla nascita del governo in poi. Lo scontro sul fondo salva Stati ridimensiona politicamente il ministro dell’Economia, il quale è stato clamorosamente smentito dal suo stesso partito dopo aver rassicurato gli omologhi Ue sulla sollecita ratifica da parte del Parlamento italiano del contestato accordo europeo.

Quanto infine a Giorgia Meloni, la bocciatura del Mes non ne compromette l’immagine in Europa, potendo la premier sempre eccepire l’obiezione che si tratta di una decisone del Parlamento sovrano a cui il governo non si può opporre. Nello stesso tempo, FdI è in grado di incassare una parte del dividendo politico di una battaglia popolare come l’opposizione al potere bancario, senza lasciarne l’esclusiva all’alleato-rivale Matteo Salvini né tantomeno all’avversario Giuseppe Conte.

A guardarla bene, la questione Mes non è comunque di vitale importanza per la politica europea, riassumendosi, tutta la querelle, nella modifica di un meccanismo già operante da anni in ambito Ue. Quella sul Mes è diventata in realtà una questione di principio, che vede l’Italia contrapposta agli altri Paesi dell’Unione, soprattutto a quelli del Nord Europa. La Meloni è stata in tal senso accusata di irragionevole rigidità ed è stata quindi invitata ad assumere un atteggiamento più pragmatico e flessibile.

Va però anche detto che la stessa flessibilità richiesta alla premier italiana non è seguita dai governi di Francia e Germania. Non c’era infatti alcun bisogno del blitz dei rispettivi ministri dell’Economia per intestarsi l’accordo sulla riforma del Patto di stabilità, allorquando il loro collega italiano Giorgetti aveva fatto la sua parte per raggiungere un compromesso soddisfacente per tutti. È stato uno schiaffo al governo italiano che ci poteva essere tranquillamente  risparmiato. E si sa che, in politica, la forma conta quanto la sostanza.

I giornali tedeschi hanno ridimensionato l’impatto politico del no italiano al Mes. Non pare tanto una manifestazione di indifferenza quanto piuttosto un sintomo di malcelata irritazione.

 

 

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