Meloni. Conferenza di fine anno. Ecco perché fa più notizia non farla o rinviarla

venerdì, 29 Dicembre 2023
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Diciamo la verità: fa più notizia la Meloni che partecipa alla conferenza stampa o che la sospende e rinvia? Senz’altro la seconda opzione. Per due ragioni, che ne sottendono molte altre a cascata.

La sinistra, ormai unicamente cimentata in una sterile battaglia lessicale (antifascismo, patriarcato, ecologia etc), non ha perso tempo nel dire che la premier teme le domande pericolose mirate a dimostrare “oggettivamente” il fallimento del suo governo. Fallimento in termini politici, economici, sociali e internazionali. A cominciare dall’immigrazione fino al recente patto di stabilità (il “pacchetto-pacco”, oggetto di mediazione-scambio col Mes). E poi, si è visto nelle precedenti occasioni, quando la diretta interessata è stata attaccata frontalmente non ha saputo resistere alla pancia polemica da sezione, che secondo qualcuno, le farebbe perdere l’appeal istituzionale.
E come se non bastasse, per Schlein e Conte due indizi fanno una prova. Infatti, due sono stati i rinvii del rituale incontro con i giornalisti di fine anno.

La spiegazione di Palazzo Chigi è che la protagonista sta male (“l’indisposizione persiste”). La faticosissima e lunga serie di appuntamenti in Italia e ovunque nel mondo, avrebbe compromesso il suo stato di salute già minato da una fastidiosa e resistente influenza. Si è notato pure per i saluti nella giornata conclusiva di Atreju.

I più maligni ritengono invece, che la premier, oltre agli argomenti poco graditi, non abbia voluto esporsi agli effetti “numerici” della diserzione chiesta dalla Fnsi (in altri termini, la scarsa presenza di giornalisti in sala); mobilitati per protestare contro la legge-bavaglio del centro-destra. Ossia, l’introduzione del divieto di pubblicazione “integrale o per estratto” dell’ordinanza con cui i giudici formalizzano una misura cautelare. In sintesi, l’ordinanza di custodia cautelare sarà pubblicabile dai giornali solo dopo l’inizio del processo. Per Enrico Costa (di Azione), primo firmatario dell’emendamento che ha corretto l’iniziale formulazione della legge di delegazione europea (che ogni anno recepisce le direttive di Bruxelles), serve a dare attuazione alla direttiva sulla presunzione di innocenza.

E meno male che nella giornata di ieri è giunta la terza convocazione a chiudere (definitivamente?) la vicenda: la tanto sospirata conferenza si terrà il 4 gennaio. E la Meloni è affetta da “vertigine posizionale-sindrome otolitica” (altro che influenza). Ma almeno il bollettino medico ha messo la parola fine alla querelle sinistra.

Al contrario, a destra il non fare la conferenza stampa ha acquistato indubbiamente un altro sapore. Per il semplice fatto che l’impostazione classica, con domande e risposte, appartiene al passato della comunicazione. Oggi i messaggi si veicolano parlando direttamente al popolo, o in tv, o attraverso i social. Svolta “presidenzialistico-mediatica” che la Meloni ha voluto imprimere fin dall’inizio del suo insediamento.

“Gli appunti di Giorgia”, le ripetute esternazioni unilaterali da casa o da ufficio, confermano la scelta di bypassare una dialettica giornalistica che considerando gli abituali toni da quotidiano processo di Norimberga, non ha più molto senso.
Tra un giornalismo giacobino, totalmente ideologico e pregiudiziale nei confronti della destra, e un altro allineato, spesso compiacente e seduto, sembrano spariti i commentatori obiettivi e di livello.
E l’aver posticipato l’appuntamento al 4 gennaio 2024, malattia a parte, non è in fondo così male. Sarà una comunicazione plasticamente focalizzata sul nuovo anno e non espressione dell’anno vecchio. Come dire, meglio la speranza di un futuro migliore, che un mero bilancio delle cose fatte (o non fatte).

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