Meloni non ne può più di Salvini e ha in serbo un gesto clamoroso per il dopo Europee? Il braccio di ferro sulla candidatura a governatore della Sardegna per le Regionali di fine febbraio è forse il segnale che qualcosa di serio (ed esplosivo) bolle nel pentolone del centrodestra, qualcosa di paragonabile a una bomba a tempo, che potrà appunto esplodere dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo.
Di cosa si tratta? Prima di rispondere proviamo a elencare alcuni indizi che potrebbero far prevedere un esito eclatante dell’attuale confronto interno al centrodestra.
Primo indizio: la polemica sulle Regionali non doveva neanche scoppiare, o almeno doveva essere già stata risolta. Invece si sta facendo sempre più furiosa, con Salvini in persona a minacciare che, se salta Christian Solinas in Sardegna, saltano anche Marco Marsilio (FdI) in Abruzzo e Vito Bardi (FI) in Basilicata. Minacciosa la risposta di FdI: «Se la Lega non cede finirà che ci spaccheremo. Ma è chiaro che non conviene a nessuno». A quel punto anche in Forza Italia si è diffuso l’allarme e Antonio Tajani ha fatto subito sapere che il “suo” Bardi in Basilicata non si tocca. È assai probabile che presto o tardi si troverà un accordo, ma questa guerra di nervi sta durando un po’ troppo…
Secondo indizio: non ha portato a nulla l’incontro fra Meloni, Salvini e Tajani che si è svolto giovedì 11 gennaio. In mattinata sembrava che fossimo vicini alla soluzione. I maggiori quotidiani on line parlavano di vertice a tre per sciogliere il nodo Regionali. Invece in giornata è arrivata la doccia gelata da Palazzo Chigi: nessun “vertice”, ma una “riunione allargata” del presidente del Consiglio, dei due vicepresidenti e del ministro Matteo Piantedosi sul problema immigrazione. La tensione nel centrodestra resta alta.
Terzo indizio: la Meloni e FdI non avevano alcun bisogno di chiedere ora una redistribuzione del peso politico tra i soggetti del centrodestra a livello regionale. Avrebbe avuto più senso porre il problema dei nuovi “rapporti di forza” in vista delle Regionali del 2025, quando si voterà in grandi Regioni come il Veneto, la Toscana l’Emilia-Romagna, la Liguria, la Puglia, la Campania. Il fatto che Giorgia abbia posto ora il problema è il chiaro segno che la premier punta a esasperare il conflitto con Salvini oltre quanto sarebbe lecito attendersi nei febbrili mesi della campagna elettorale per le Europee.
Quarto indizio: Meloni non ha ancora sciolto il dilemma della sua candidatura o meno alle elezioni come capolista nelle varie circoscrizioni elettorali. Può darsi che la premier punti a tenere gli alleati sulla corda nelle trattative per le Regionali. Ma, visto che la faccenda è seria, è più probabile che la Meloni stia realmente prendendo in considerazione l’idea di candidarsi. Se così fosse, si diffonderebbe il panico presso i suoi alleati, che si vedrebbero ulteriormente ridimensionati dalla discesa in campo della premier. Non potrebbero quindi che considerare una simile scelta come una sorta di dichiarazione di guerra.
Siamo quindi in grado di tirare le conclusioni. È chiaro che la premier vuole trarre il massimo profitto politico da questo momento di magico consenso intorno alla sua figura. Per tale motivo, la Meloni pare disposta ad andare fino in fondo nello scontro con i suoi alleati, soprattutto con Salvini, che sta mettendo troppe bandierine sull’azione del governo, dal Mes ai balneari, compromettendo quell’immagine “conservatrice” e “moderata” che la premier vorrebbe associare al suo governo. A questo punto, potrebbe non preoccuparla più di tanto la possibilità di creare instabilità nell’esecutivo a seguito di una sua larga vittoria alle Europee a danno dei suoi alleati. In tal caso gli alleati (soprattutto Salvini) sarebbero infatti messi alle strette: o accettare il definito ridimensionamento e rimanersene buoni fino al termine della legislatura oppure affrontare l’ordalia delle elezioni anticipate, una sfida che la leader di FdI affronterebbe da posizioni forza.
Certo, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. E questo mare, in tal caso, si chiamerebbe Sergio Mattarella, che potrebbe fare di tutto per impedire un probabile trionfo della Meloni in eventuali consultazioni prima del tempo. Ma è altrettanto certo che la premier non ci sta a farsi logorare dalla guerriglia del capo del Carroccio di qui al 2027. L’arte della mediazione non è il suo forte. E se ne vanta.
Staremo a vedere. Se Giorgia dovesse candidarsi alle Europee, prepariamoci al peggio. O al meglio, dipende dai punti di vista…



