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Ucraina, Moldavia e Bosnia “nella UE”: cosa cambia e perché è un rischio

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“Congratulazioni! Il vostro posto è nella nostra famiglia europea. La decisione di oggi rappresenta un passo avanti fondamentale nel vostro percorso verso l’Ue. Ora il duro lavoro deve continuare affinché la Bosnia-Erzegovina avanzi costantemente, come vuole il vostro popolo”. Così Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, annuncia su X la decisione dell’organo di dare il via libera ai negoziati di adesione di Sarajevo all’Unione Europea. A pochi mesi dalle elezioni europee, questo appare come un messaggio ai cittadini dell’Europa: l’UE si espanderà a est, come confermato anche dall’intenzione di iniziare le conferenze internazionali necessarie per far accedere anche l’Ucraina e la Moldavia all’Unione. 

Così come per Ucraina e Moldavia, numerosi sono stati i Paesi membri che si sono detti insicuri sull’ingresso dello Stato balcanico nell’Unione Europea: tra tutti Danimarca, Olanda, Francia ed Estonia si sono fatti avanti criticando la decisioni di Michel e del Consiglio, data l’arretratezza della Bosnia in una serie di criteri cruciali per l’UE. Al contrario,  Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Italia, Ungheria, Slovacchia e Slovenia, rientranti del gruppo degli “Amici dei Balcani occidentali”, si sono detti soddisfatti con la decisione del Consiglio, arrivando addirittura a spingere la Commissione per un’ulteriore accelerazione del processo d’integrazione.

Borjana Krišto, Premier della Bosnia-Erzegovina, ha immediatamente “ricambiato” il tweet scrivendo: “A nome del Consiglio dei ministri della Bosnia-Erzegovina, così come a nome mio, ringrazio sinceramente il Consiglio europeo e il presidente Charles Michel per la decisione di stasera di aprire i negoziati di adesione affinché la Bosnia-Erzegovina possa aderire all’Unione europea”.

Nell’indice delle democrazie pubblicato dall’Economist del 2023 (nel quale l’Italia è indicata come una “flawed democracy”, ovvero una democrazia difettata), la Bosnia è posta al 94esimo posto, ben 44 posti in meno rispetto all’estremamente criticata Ungheria, e viene considerata addirittura come un Hybrid Régime, ovvero a metà tra una democrazia e un totalitarismo. 

Nell’ultimo periodo, la Bosnia ha adottato un numero di riforme incredibile, mettendosi sempre più in linea con la lunga lista di direttive europee che le sono state inviate nel 2022, tra cui sviluppare un lavoro preliminare sulla gestione delle frontiere e sulla gestione delle migrazioni, nonché il garantimento del funzionamento del sistema di asilo; l’assicurazione del divieto di tortura, in particolare stabilendo un meccanismo nazionale preventivo contro la tortura e i maltrattamenti e infine la garanzia della libertà di espressione e della libertà dei media. Appare quindi chiaro come, neanche due anni fa, l’Unione Europea considerasse la Bosnia uno stato decisamente arretrato nell’ambito del diritto civile e umanitario, sorge quindi spontanea la domanda: è possibile fare un cambio così veloce e radicale, passando da un Paese vicino al totalitarismo ad una democrazia europea?

In tutto questo, non svanisce il problema della minoranza serbo-bosniaca, capeggiata da Milorad Dodik, che potrebbe proporre una secessione dei serbi, causando numerosi scontri e tensioni sul territorio bosniaco. 

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