Sapienza. Viva i giovani, ma devono prendere le manganellate

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Partiamo dalla cronaca.
Martedì scorso alla Sapienza ci sono stati nuovi scontri tra le Forze dell’Ordine e gli studenti che hanno manifestato in favore della Palestina, per chiedere all’Ateneo “lo stop agli accordi con Israele e le industrie belliche”.  Ci sono stati, come noto, anche due arresti.

Secondo la Polizia, erano presenti, come sobillatori e professionisti della strategia della tensione, almeno cinque anarchici “estranei ai contesti universitari” e un palestinese appartenente all’Unione democratica arabo-palestinese (Udac).
Beccatevi quindi, i migranti islamici, altro che italiani di seconda e terza generazione, integrati. Una vera e propria bomba sociale e culturale nient’affatto integrata.

Anche mercoledì la protesta è continuata con tendopoli sul pratone e con studenti incatenati davanti al Rettorato, alcuni dei quali hanno cominciato uno sciopero della fame per lo stop al genocidio di Gaza.

La vicenda si presta a tante interpretazioni.

La prima, rimanda agli anni di piombo.
E’ del tutto evidente che sono di nuovo scesi in campo i “professionisti dell’antagonismo” che sfruttano ogni occasione, ogni frizione sociale e politica (immigrazione, povertà, guerra) per tornare a un clima che speravamo superato dalla storia.

Secondo, anche qui è palese che la sinistra politica e intellettuale tenti di scaldare gli animi per creare un solco irreparabile tra la società civile e la nuova repressione meloniana: una sorta di redivivo fascismo.

Ma il tema dei giovani impegnati o meno, merita un discorso a parte.
Fino a qualche tempo fa, venivano condannati, giudicati moralmente, rei di stare sul divano, imprigionati dai e nei social, essere nichilisti, distanti se non ostili dalla democrazia, dalla vita pubblica e dalla partecipazione democratica.
Ora che una loro pur minoritaria fetta sta tornando ad appassionarsi alla politica, registriamo solo reprimende o analisi sociologiche. Se non sentenze senza appello, sempre dall’alto. Della serie, sono tutti folli, ingannati, filo-palestinesi, filo-Hamas; colpevoli per definizione di non accettare il pensiero unico che oggi coincide solo con le ragioni di Israele.

E fatto pericolosissimo, si sta affermando un antisionismo non di destra, concetto e narrazione di comodo, ma di sinistra.
Una cosa che non si può accettare.
E di fronte a una nuova mobilitazione giovanile con tutti i limiti del caso, ignoranza, ideologismo, intolleranza, integralismo che prende il sopravvento sull’idealismo (medesimo male degli anni Settanta, si pensi agli atti di intolleranza nei confronti di giornalisti, opinionisti non schierati), il mainstream, sia di destra che si sinistra, sta applicando la “formula-Robespierre”: la ghigliottina.

Ed ecco che i giovani diventano automaticamente fanatici e stupidi, addirittura anticipatori di un nuovo fascismo di segno rosso-verde (dal pacifismo al green).

Chi scrive ritiene che i giovani debbano riprendersi i loro spazi e la loro soggettività, anche sbagliando.
Del resto, le parole rivoluzionario, terrorista, patriota, eroe, sono relative. Garibaldi per i borbonici era un sovversivo, un terrorista, un bandito, per i risorgimentali un eroe.

Così come Hamas: terroristi e patrioti a momenti alterni e a seconda di come li si vede.

E fa specie che la sinistra nostrana, figlia nel Dna della rivoluzione francese e russa, si esprima attualmente con un lessico alla Franceschiello, ultimo re di Napoli, alla Nicola II, ultimo zar di Russia, e alla Luigi XIV, ultimo re di Francia prima del 1789.

Tradotto: ossia, viva lo status quo e abbasso ogni cambiamento radicale.

Ma c’è un ma.
Chi ha fatto gli anni di piombo sa benissimo che sfidare le istituzioni, le Forze dell’Ordine, scendendo in piazza e violando le leggi, ha un prezzo. Si danno e prendono le botte. Ci si assume la propria responsabilità. Non si frigna come fanno i ragazzini pro-Palestina, vittime della Polizia cattiva-fascista, guarda caso da quando c’è la Meloni, difesi da genitori post-sessantottini e da docenti “progressisti”.

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