Patto di stabilità, dall’Italia un segnale forte all’Europa

giovedì, 25 Aprile 2024
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Patto di stabilità, il comportamento degli europarlamentari italiani che a stragrande maggioranza si sono astenuti o hanno votato contro la ratifica delle nuove regole è un evento a suo modo straordinario: senza che nessuno l’avesse previsto, s’è manifestata una corale e trasversale opposizione italiana ai poteri Ue e al loro tentativo di perpetuare l’egemonismo nordeuropeo ai danni dei Paesi mediterranei e ad alto debito come il nostro.

Si tratta di un segnale forte che la politica italiana, al di là delle differenze politiche, manda all’Europa. Il messaggio diretto è chiaro e semplice: questa riforma del Patto di stabilità non ci piace. Il messaggio implicito è un annuncio di possibili tensioni: nella prossima, imminente legislatura europea bisognerà fare di tutto modificare le regole del gioco.

Una sfida ai poteri nordeuropei è esplicitamente contenuta nelle parole con le quali gli eurodeputati di FdI hanno motivato la loro astensione: «Il testo presenta ancora alcuni punti critici voluti dai cosiddetti Paesi frugali come la salvaguardia di sostenibilità del debito». La riforma presenta inoltre un modello economico «troppo legato all’austerity». Da parte loro, i rappresentanti del Pd ritengono il testo «eccessivamente peggiorativo» rispetto alle proposte di riforma che erano circolate lo scorso anno. Non è certamente detto che nei prossimi mesi i parlamentari italiani erigeranno barricate contro gli euro poteri e va anche tenuto conto del clima di campagna elettorale di queste settimane, ma, piaccia o non piaccia, il voto dell’altro giorno è un segno di vita da parte della politica italiana. E anche la dimostrazione che una nuova consapevolezza si sta facendo largo nella coscienza nazionale. Questa consapevolezza riguarda il fatto che molti problemi della vita nazionale provengono dall’Europa a trazione franco-germanica nella quale siamo di fatto prigionieri.

Ma, al dunque, perché questo nuovo Patto non ci soddisfa? E perché appare contrario agli interessi italiani? I motivi sono diversi, ma, in linea generale, possiamo dire che continuiamo a patire gli effetti dei due pesanti ideologismi che dominano oggi nelle alte sfere europee e che minacciano di complicarci non poco la vita negli anni a venire. Da un lato c’è il modello dell’austerità ordoliberista d’ascendenza protestante e germanica, dall’alto troviamo la nuova ideologia green che è a sua volta collegata ai grandi interessi delle filiere verdi globali nonché dei nuovi potentati digitali.

Espressione del primo modello è il ministro dell’Economia tedesco Christian Lindner, capofila del fronte dei “frugali”, il quale è riuscito a bloccare qualsiasi ipotesi di flessibilità nel computo del deficit. Per tale motivo sarà sempre impossibile per noi liberare qualsiasi spesa volta alla manutenzione straordinaria dell’Italia  dalla morsa del rapporto debito/pil, come pure non ci sarà mai da sperare in alcuna forma di condivisione del debito (quello del Pnrr rimarrà un episodio isolato).  Abbiamo solo ottenuto un po’ di alleggerimento, fino al 2027, del peso degli interessi del debito sulla manovra economica. Ma dopo tale anno lo spazio, già angusto, delle leggi di bilancio sarà ulteriormente ristretto dall’obbligo di diminuire progressivamente la percentuale del debito sul pil. Non avremo più, è vero, l’assurda regola del ventesimo di riduzione all’anno del debito fino ad arrivare a quota 60% del pil (regola, peraltro, mai realmente applicata), ma avremo comunque un salasso permanente sul nostro bilancio pubblico insieme a un freno costante alle nostre possibilità di crescita. Ogni manovra economica dovrà partire con la penalizzazione di circa 13 miliardi di euro. Se consideriamo che la legge di bilancio per il 2025 è dell’ordine dei 30 miliardi, possiamo perfettamente intuire la quaresima permanente che ci aspetta.

Quanto al secondo profilo, quello dell’ideologia green e del peso dei potentati economici emergenti, vale la pena osservare che la prevaricazione che ci apprestiamo a subire è contenuta in un ricatto abbastanza palese: possiamo allungare i nostri programmi di rientro dal deficit e dal debito da quattro a sette anni  (e quindi avere un po’ di respiro per un po’ di tempo) se ci impegniamo a effettuare investimenti “strategici” nel campo del digitale e, appunto, del green.

Nel nuovo Patto di stabilità s’è dunque saldata l’alleanza tra il potere finanziario che ha il suo punto di riferimento politico nei governi nordeuropei e il potere emergente dell’industria verde e del capitale informatico, quella nuova forma di capitalismo che sta modificando i tradizionali assetti, non solo industriali, ma persino finanziari dell’Europa. Non si vede perché l’Italia dovrebbe applaudire al “nuovo” che avanza, un “nuovo” decisamente inquietante.

P.S. Molti commentatori hanno giudicato incoerente il comportamento dei parlamentari della maggioranza perché il governo, nella persona del ministro Giancarlo Giorgetti, ha sottoscritto a dicembre il nuovo Patto di stabilità. In realtà l’Italia ha partecipato alle discussioni sotto il ricatto permanente dello spread e mentre le agenzie di rating si apprestavano a pubblicare il loro verdetto sulla sostenibilità del debito italiano. Il nostro ministro dell’Economia poteva certo far saltare il tavolo. Ma, se così fosse avvenuto, oggi ci ritroveremmo probabilmente con gli omini del Fmi dietro le scrivanie del Mef.

 

 

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