Indubbiamente Viktor Orban è un personaggio sui generis: intelligente, provocatorio, ambiguo, destinato comunque a lasciare un segno … “al contrario”. Si chiama infatti, “eterogenesi dei fini”. Ha la naturale capacità di entrare, spostare e rovesciare i tavoli.
Ad esempio, stava da anni nel Ppe (cattolico, moderato, centrista) e ragionava, come ragiona ora, da estrema destra; finora ha preso i soldi da Bruxelles e ha varato politiche nazionali all’opposto.
Adesso, dopo essere stato corteggiato dal gruppo della Meloni (i conservatori), fa parte dei “Patrioti per l’Europa”, da poco costituito, che con i suoi 84 eurodeputati è il terzo gruppo più numeroso dell’emiciclo. E il suo partito è centrale: la delegazione più numerosa è quella del Rassemblement national, con trenta eurodeputati, ma segue il suo Fidesz con dieci (e poi la Lega di Matteo Salvini con otto e il partito Ano di Andrej Babiš, l’ex primo ministro ceco, con sette).
Ma non è solo questione di mera geografia politica. C’è molto di più. Orban sta riuscendo a scompaginare lobby, poteri forti, apparati e maggioranza Ursula, in via di riconferma, col suo ruolo di presidente semestrale di turno. Varando una sua diplomazia personale giudicata “sovversiva” rispetto ai valori, ai dogmi e alle politiche ufficiali Ue.
Tradotto, tutto il contrario del laicismo, del filo-gender, del liberismo, del green e soprattutto, tutto il contrario delle scelte filo-Kiev.
Uno scompiglio destabilizzante che ha visto il culmine con le sue missioni di “pace” in Ucraina, Russia Cina e Stati Uniti, portando un verbo anti-pensiero unico non condiviso con e da nessuno.
Per tale ragione Ursula von der Leyen ha deciso che la Commissione sarà rappresentata a livello di alti funzionari civili solo durante le riunioni informali del Consiglio. Si tratta di un gesto simbolico, ma dal forte valore politico. Mentre le riunioni del Consiglio Ue, organo che riunisce i governi dei Paesi membri, si svolgono a Bruxelles e in Lussemburgo, gli informali (riunioni in cui non si prendono decisioni), si tengono invece nel Paese che ha la presidenza di turno.
Una manovra per arginare Orban. Così facendo la Von der Leyen ha ribadito che “la presidenza semestrale del Consiglio Ue ha solo lo scopo di coordinare il lavoro legislativo dell’Unione e non dà al Paese che detiene il ruolo il potere di parlare a nome degli europei sulla scena internazionale”.
Proprio questa è l’accusa rivolta al leader ungherese. E’ in primis, accusato di aver abusato di questa posizione per discutere di come raggiungere un “cessate il fuoco” in Ucraina, allontanandosi dalla posizione europea di totale sostegno a Kiev e di isolamento della Russia.
E’ noto che la scelta del premier ungherese di incontrare prima Volodymyr Zelensky in Ucraina, poi Vladimir Putin a Mosca, per poi volare in Cina da Xi Jinping e infine negli Stati Uniti, dove ha fatto visita a Donald Trump, ha mandato su tutte le furie i partner europei. I primi a lanciare un boicottaggio simbolico della presidenza ungherese sono stati alcuni Paesi del Nord ed Est Europa (Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia), che hanno annunciato che invieranno solo funzionari e non ministri alle riunioni informali che saranno organizzate a Budapest nel mese di luglio. Altre nazioni, come la Spagna, stanno ragionando se fare lo stesso.
Domanda: e se l’attività di Orban fosse invece, l’anticipazione di quello che sarà la prossima scena internazionale con l’elezione di Trump? Sarebbe un’ulteriore scossa per Bruxelles, dopo il vento di destra delle scorse consultazioni.
Ai posteri l’ardua sentenza.



