Da Trump golpista a Trump bandiera della libertà, visto che per la democrazia si è beccato una pallottola che poteva ucciderlo.
E ancora: da Biden simbolo dell’orgoglio e dell’ostinazione narcisistica tipica degli anziani, il quale prima della sua rinuncia (causa principale, l’azzeramento dei fondi dei suoi sostenitori), aveva assicurato che non intendeva farlo, che resisteva ad oltranza ed era convinto addirittura di vincere, malgrado i sondaggi nettamente a favore del tycoon, a martire-patriota che si è sacrificato per il bene della patria (si legga bene del partito).
Possono chiamarla la campagna elettorale più pazza del mondo, con tanti colpi di scena, ma la verità è che esprime in pieno la malattia profonda della democrazia americana.
Un “impero del bene” che non è più capace di “esportare la democrazia”, né di svolgere un ruolo credibile nel mondo (nemmeno Israele segue più la sua leadership); capace solo di dichiarare guerre (lo hanno fatto in primis, i presidenti dem) e di presentare al più importante appuntamento della sua storia (l’elezione del presidente che negli Usa, essendo una repubblica presidenziale è sia arbitro che capitano, sia capo di Stato che capo di governo), due anziani signori, che hanno soltanto avuto il merito o demerito, di radicalizzare, dividere per sempre il loro popolo-sovrano.
Ormai infatti, non c’è più un’America, ma due Americhe inconciliabili. Possibile che non ci fossero e non ci siano candidati giovani, preparati, competenti? Possibile che non si esca mai dalle dinastie famigliari (i Kennedy, i Bush), o dalle incrostate e sclerotizzate cordate di vertice (Obama, Clinton)?
In queste ore si sta discutendo se Kamala Harris potrà definitivamente prendere il posto di Biden. Con quali meriti e possibilità concrete. I primi sondaggi, eterodiretti, ovviamente, guarda caso, la danno già a un testa a testa con Trump. Che da parte sua, ha detto che anche con la “pazza” vincerà facile.
Il duo Trump-Vance, va detto, ha una importante carta in mano: se Biden non è più fisicamente in grado di partecipare in prima persona alla corsa per la Casa Bianca, come può restare in carica fino alle urne e all’insediamento del suo successore? Un dubbio amletico, un ulteriore macigno per i dem.
Se accettano la tesi, sarà per loro un dramma, se – come sembra – si dividono sul dopo-Biden, dando luogo all’ennesimo mercato delle vacche interno, forniranno all’opinione pubblica un’immagine catacombale.
Una bella gatta da pelare nelle mani dei due registi della defenestrazione di Biden: Nancy Pelosi e Barack Hussein Obama. La prima, si può definire tecnicamente la manovratrice dell’operazione “ghigliottina”. E’ lei che ha tessuto la tela contro il presidente. Chiamando a raccolta il disagio e il dissenso intestino (esploso dopo il disastroso duello tv con Trump).
Il secondo, dopo averlo scalciato ora furbescamente lo esalta. Lo definisce “un patriota, uno dei più importanti presidenti”.
Proprio nelle ultime ore apprendiamo che i due, uniti contro Joe, si sono formalmente divisi. Nancy (con i Clinton) vuole Kamala, Obama propone, invece, le primarie del partito. Scelta pericolosa per le ragioni di cui sopra.
Come andrà? Vedremo se Kamala sarà ufficialmente incoronata ad agosto, alla convention dem. Dalla sua, il messaggio che passerà urbi et orbi, da vice presidente in carica, sarà almeno nel segno della continuità col passato, senza troppi salti nel buio (e il fantasma di Biden continuerà ad aleggiare). Contro di lei, l’inconsistenza politica dimostrata finora, eccezion fatta per l’aborto.
Messa in naftalina fino a ieri, certamente da adesso in poi, sarà sorprendentemente riscoperta e pompata mediaticamente come eroina.
Ma propaganda aprioristica permettendo, la corona due mesi prima del voto potrebbe non bastare a recuperare.


