Il testa a testa fino all’ultimo tra Bucci e Orlando, non è stato solo un dato regionale, ma lo specchio di un solco che ormai è profondo nella società italiana.
Da un lato, un bipolarismo, sempre più diventato bipartitismo radicale tra Fdi e Pd, ben rappresentato dallo scontro molto mediatico tra la Meloni e la Schlein.
Dall’altro, una disaffezione allarmante e populista “anti-voto”, che ad ogni appuntamento elettorale si rafforza paurosamente.
Domanda: che legittimazione possono mai avere partiti o candidati in genere, quando più del 50% dei cittadini non si reca alle urne? Se ad esempio, andiamo a conteggiare la reale percentuale di consenso dei due candidati liguri, la verità è che raggiungono appena il 24%; altro che 47 o 48%.
Ciò vuol dire che la maggioranza degli italiani non si riconosce nell’attuale democrazia e nell’attuale offerta politica. Giudicate fallimentari e scadenti.
Ieri, con la vittoria risicata di Bucci, il centro-destra ha tenuto; ma al suo interno, ci sono elementi di seria preoccupazione, anche se dopo il caso-Toti si temeva il peggio: Fdi si è attestato al 14,7% e Fi non ha effettuato il sorpasso sulla Lega. Li divide ancora un punto (8,7% a 7,9%).
Specularmente l’affermazione del Pd, primo partito regionale, col suo 28%, vede però, il principale suo partner grillino prendere solo il 4,7%.
Riassumendo: Giorgia Meloni ha vinto la scommessa. Ha fortemente voluto Bucci ed è riuscita nell’impresa. Sulla stessa lunghezza d’onda Matteo Salvini, pure lui sponsor del sindaco di Genova. Antonio Tajani per ora ha perso il duello col Capitano, mentre Elly Schlein, pur guadagnando la pole position, ha assistito al funerale del campo largo. In soldoni, da sola non sconfigge la destra, con i suoi alleati ridotti al lumicino o insufficienti nei numeri, non sconfigge la destra. Un bel rebus per lei.
Lo sconfitto assoluto del voto ligure è Giuseppe Conte, che ha posto il veto per allargare a Renzi la coalizione anti-Bucci. E i risultati si sono visti, compreso il suo.
Fratoianni e Bonelli insieme non riescono a supplire all’assenza del fronte moderato a sinistra. Sono riusciti unicamente a estremizzare i temi e la polemica contro la destra. Ma per il momento sono condannati alla sterile demagogia.
Maurizio Lupi con i suoi moderati sembra condannato a imitare il Partito Repubblicano della prima Repubblica. Quell’1% “ago della bilancia”, che determinava la vittoria di un governo piuttosto che un altro. Ma i tempi del tesoretto post-Dc sono inesorabilmente finiti.
Gli unici vincenti senza aver giocato la partita, sono Carlo Calenda e Matteo Renzi. Come per certi amori tossici (né con me né senza di me), hanno dimostrato che la matematica non è un’opinione. Un monito-minaccia per la segretaria dem. Anche lei non può stare “né con loro” (perderebbe Conte, che si sta perdendo da solo, con l’effetto-Grillo sulla sua testa), “né senza di loro”, perché la Liguria lo ha detto chiaramente: per due punti Martin perse la cappa.



