Giornata contro la violenza sulle donne. Retorica, ipocrisia e anche responsabilità della sinistra

martedì, 26 Novembre 2024
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Odio la retorica. Che poi conduce inesorabilmente istituzioni, politici, intellettuali, giornalisti e cittadini, alla più melensa ipocrisia.

Da tempo non sopporto le giornate nazionali, internazionali, mondiali, dedicate agli argomenti più disparati e variegati. E compiango i poveri comunicatori, costretti a scrivere ogni giorno le stesse cose per la durata del mandato dei loro committenti-pagatori: la giornata della pace, della non-violenza, delle donne, degli animali, delle Forze Armate, della solidarietà, del pianeta, dell’alfabeto braille, del dialogo tra religioni e omosessualità, della neve, della pizza italiana, dei malati di lebbra, della memoria. E ancora, la giornata del velo islamico, della disabilità, dei nonni, della lotta contro il cancro, contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili, del malato, della radio etc. Infiniti argomenti più o meno legittimi, basilari per una democrazia civile, fino ai più bislacchi e grotteschi: la giornata del tapiro, dell’umidità, della Nutella, della migrazione dei pesci.

Anche “la giornata internazionale contro la violenza sulle donne” non è stata da meno. Ha visto in bella evidenza tutte le qualità, gli spunti e le forzature a 360 gradi che ben conosciamo. Con un’overdose di discorsi e comunicati stampa, che ogni anno si ripetono, monotonamente e stucchevolmente uguali.

Il che significa che sul piano dell’educazione sentimentale, affettiva, delle relazioni sane (per impedire o ridurre i femminicidi), e sul piano dell’emancipazione-uguaglianza dei diritti (la parità salariale, di opportunità di accesso e crescita lavorativa), ancora non ci siamo. Non è stato fatto alcun passo in avanti. E qui spetta alla politica ridurre il gap tra le dichiarazioni troppo spesso ideologiche e la realtà normativa.

Quello che non si può vedere però, è la coincidenza mediatica tra la giornata, vissuta enfaticamente e due “step giudiziari”, proclamati urbi et orbi: l’ergastolo a Impagnatiello (l’assassino di Giulia Tramontano) e la stessa richiesta per Turetta (l’omicida di Giulia Cecchettin). Atti accompagnati da altrettanti appuntamenti pubblici e politici, altrettanto enfatici.

Due considerazioni. Da un lato, l’eccessiva retorica porta all’astrazione; dall’altro, all’effetto contrario, quasi al fastidio per le tante parole inutili, non seguite dai fatti.

“Contro-messaggio enfatico”: basta con lo scontro tra i sessi; basta col demonizzare i maschi, ritenuti per definizione narcisisti patologici, o esponenti naturali del patriarcato. Il male è sempre esistito. Per un Impagnatiello che uccide la sua donna per altro incinta, tentando di bruciarne il corpo, dopo essere stato smascherato per la sua doppia vita sentimentale, e un Turetta che non accetta l’indipendenza e la libertà della sua ex fidanzata, c’è una Chiara che seppellisce i suoi figli appena nati, e poi va a divertirsi con gli amici e si reca in viaggio negli Usa.

Allora, quale occasione migliore (la giornata contro la violenza sulle donne) per parlare veramente e in profondità delle tossicità delle relazioni, delle famiglie, della società e dei modelli culturali attuali, dove consumismo, individualismo, social, contribuiscono a creare monadi autocentrate, autoreferenziali, indifferenti al mondo esterno, agli altri considerati solo oggetti da possedere, acquistare e buttare via, secondo il principio che ogni desiderio deve essere obbligatoriamente un diritto?

Più che guardare al patriarcato come sinonimo della destra, perché la sinistra non riflette pure sul proprio Dna? In fondo, sopprimere una vita prima che nasca o usare il corpo di un’altra donna per avere per forza un figlio, significa ugualmente essere indifferente agli altri, considerarli un proprio possesso. 

Se vogliamo uscire dalla palude retorica e agire, la prima condizione è abolire l’ideologia.

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