Basta leggere e interpretare le dichiarazioni dei leader tedeschi dopo il voto, per rendersi conto del giochetto riuscito a Merz.
Lui, il fresco leader del duopolio ultra-decennale Cdu-Csu, forte del 28,5%, ha avuto modo di dire “tocca a me” (deciderò il governo). Come se il suo partito finora fosse stato lontano dalle formule istituzionali che contano. Il vizietto delle “Grosse Koalition”, va ricordato, è un mantra per una Germania in profonda crisi di identità e in pericolosa caduta economica.
Grosse Koalition, escamotage utile per ogni emergenza nazionale. Nel nome dei triti e ritriti valori costituzionali del secondo dopo-guerra.
Alice Weidel, leader di Afd, dal canto suo, avendo raddoppiato i consensi (passando dal 10 al 20,7%), ha dichiarato che è “pronta a governare”, pur sapendo che ha fatto il pieno possibile dei voti (del ceto medio e degli operai) e che, molto probabilmente, non sarà accettata a Palazzo. La sua resterà una importante vittoria di Pirro: un’inutile quanto suggestiva rendita di posizione, in attesa di un futuro migliore.
Sembra, infatti, di assistere alla medesima manfrina francese e spagnola: il primo partito che non può salire sul trono, lasciando lo scettro all’alleanza dei perdenti.
Adesso si comprende il perché degli obiettivi sovranisti da premierato della Meloni: accompagnare le elezioni a una forma di governo e a un sistema elettorale coerenti con le scelte del popolo. Altrimenti prevarranno sempre i famosi archi costituzionali, le unioni antifasciste, i vari fronti (cordoni sanitari) della legalità in funzione anti-populismo.
Concetto che ha consentito allo sconfitto tedesco, il social-democratico Olaf Scholz, col suo 16%, di cantare vittoria, avendo sonoramente perso. Secondo lui ha prevalso il voto occidentale: “La maggioranza dei tedeschi ha votato per l’Europa, non secondo i desideri di Musk. Ora si torni alla stabilità”.
Vediamo il significato di stabilità. Delle due l’una: o un esecutivo di centro-destra, come indicato dagli elettori (Cdu-Csu + Afd), o ancora una volta, una “Grosse Koalition” (Cdu-Spd), o, addirittura, un governo “Cdu-Csu-Spd-Verdi”. Della serie, tutto cambi perché nulla cambi. E chi se ne frega del vento di destra.
E’ ormai prassi: quando le urne esprimono un voto in controtendenza col Mainstream di sinistra ripristina scelte da Ancien Regime e si barrica dentro il Palazzo di Inverno. Sta ad Afd, se comprenderà il suo nuovo ruolo, gestire la fase di transizione: o rompere i giochi o cucinare a fuoco lento i vari governi instabili, che si succederanno con pochi numeri a favore (la strategia messa in atto dal partito della Le Pen).
Ma una cosa è certa: al momento, l’operazione strumentale di Merz è riuscita: ha finto di accogliere alcune tematiche popolari sbandierate e rappresentate dalla Weidel, per svuotarle e ricomprenderle nell’ambito parlamentare classico. Sarkozy, a suo tempo, fece ugualmente indebolendo il Fn-Rn.
E su temi come la lotta all’immigrazione illegale, la sicurezza, l’anti-green, la Ue, l’eccessiva presenza dello Stato in economia, ha avuto ragione.
E’ riuscito in una piena logica trasformistica a impedire la vittoria assoluta della destra estrema.
Come farà ora, però, a diluire tali problematiche con quelle forze politiche che sono proprio l’espressione di tali posture ideologiche? Cioè, il green, l’accoglienza, lo Stato sociale etc?
Merz ha vinto, ma i suoi guai cominceranno da domani. O Afd subirà la sindrome grillina, il mero voto di protesta che si spegnerà; o la Cdu, tra non molto, cadrà da cavallo. E’ solo questione di tempo.



