Fine della Germania motore d’Italia e non sa dove andare

martedì, 25 Febbraio 2025
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Le elezioni tedesche del 23 febbraio 2025 hanno confermato quello che si sospettava da tempo: la Germania non è più il motore solido e prevedibile dell’Europa. Il risultato elettorale è il riflesso di un Paese che non sa più dove andare. La CDU di Friedrich Merz si afferma come primo partito con il 28,6% dei voti, ma senza una maggioranza chiara. Il suo partner naturale, l’SPD, è ridotto al minimo storico con il 16,4%, mentre l’AfD raddoppia i consensi, arrivando al 20,8%, segnale che una parte sempre più ampia del Paese vuole rompere con il passato. Il governo che ne nascerà sarà un compromesso fragile, una “grande coalizione” svuotata, più necessaria che voluta, mentre la destra radicale osserva e aspetta il prossimo giro.

In un’intervista che ha fatto scalpore, Merz ha dichiarato che la Germania dovrà ridurre la sua dipendenza dagli Stati Uniti e rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa. Un’affermazione che suona bene nei circoli intellettuali di Bruxelles, ma che rischia di scontrarsi con la realtà. La Germania ha costruito la sua potenza economica dentro un sistema ben preciso: esportazioni floride, stabilità politica e un’alleanza transatlantica che garantiva sicurezza a costo quasi zero. Se uno di questi elementi viene meno, il castello rischia di crollare.

L’indebolimento del rapporto con Washington potrebbe avere ripercussioni pesanti. La NATO, nonostante le frizioni degli ultimi anni, è ancora il pilastro della sicurezza europea. Se la Germania si allontana dagli Stati Uniti senza una solida alternativa, si espone a nuovi rischi geopolitici, mentre le potenze esterne – Russia e Cina su tutte – osservano con interesse ogni segnale di divisione interna all’Occidente. L’Europa, così com’è, non ha una difesa comune efficace, né una politica estera unitaria. Paradossalmente, una Germania più indipendente potrebbe finire per essere più isolata.

Ma il problema più immediato è economico. La Germania non è più la potenza incontrastata che era dieci anni fa, è sotto di circa 1000 miliardi d’euro e ha informazioni nebulosi sui bilanci. La transizione energetica mal gestita (che si basava sui prezzi al ribasso dei contratti con i russi), la crisi dell’industria automobilistica, la concorrenza asiatica e l’incapacità di rinnovare il proprio modello di crescita hanno reso il suo sistema più fragile. Il motore d’Europa rallenta e, se perde anche il mercato americano o si trova di fronte a nuove barriere commerciali, la situazione può peggiorare rapidamente. L’export tedesco, che ha fatto la fortuna di Berlino, è troppo legato agli equilibri globali per permettersi mosse azzardate.

L’impressione è che la Germania stia cercando una via d’uscita da un sistema che non le conviene più, ma senza sapere esattamente dove andare. Merz vuole un’Europa forte, indipendente, ma il resto del continente è disposto a seguirlo? Francia e Italia hanno problemi interni ed esterni e vedono Berlino più come un concorrente che come un leader. I paesi dell’Est guardano ancora agli Stati Uniti come unico garante della loro sicurezza. E la Germania stessa è spaccata, con una destra estrema in crescita e una popolazione sempre più sfiduciata.

L’illusione della stabilità è finita. L’ex locomotiva d’Europa arranca, tra un governo debole, un’economia che fatica e un’alleanza atlantica sempre più incerta. Se Merz non troverà rapidamente una rotta, il rischio non è solo una Germania più isolata, ma un’Europa senza più un punto di riferimento stabile.

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