Dopo il vertice dei “volenterosi” convocato a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron, si accende il dibattito politico interno in Italia sul futuro dell’Europa e sulla strategia da adottare in merito al conflitto in Ucraina e torna protagonista ancora una volta sui giornali Matteo Salvini. Alla riunione, dedicata alla pace e alla sicurezza ucraina, ha partecipato anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha riaffermato l’impegno italiano per una “pace giusta e duratura” e ha ribadito il no a qualsiasi coinvolgimento diretto di forze armate italiane nel teatro di guerra. Meloni ha mostrato apertura su un possibile approfondimento tecnico dell’idea – avanzata da Macron – di un sistema di sicurezza continentale simile all’articolo 5 della NATO, e ha chiesto il coinvolgimento degli Stati Uniti nei futuri tavoli.
Una posizione che segna un punto d’equilibrio tra le spinte più interventiste e il bisogno italiano di cautela, ma che non basta a placare le tensioni nel governo. Da un lato c’è la linea istituzionale della premier, dall’altro l’attivismo critico del vicepremier Matteo Salvini, che a neanche 24 ore dal vertice torna a parlare mettendo nel mirino l’Europa, i piani di riarmo e un’Unione che, a suo dire, continua a ignorare la strada della pace. Non è uno scontro frontale con Meloni, ma le divergenze con il ministro degli Esteri Antonio Tajani sono ormai pubbliche. La Lega rivendica di aver contribuito a definire la posizione estera dell’esecutivo, e il leader del Carroccio non rinuncia a lanciare bordate contro Bruxelles, Parigi e Berlino. Spesso invadendo persino il campo della Premier.
Salvini attacco all’Europa sull’Ucraina: “Qualcuno non vuole la pace”
Matteo Salvini denuncia che a Bruxelles e Parigi si continua a parlare di armi, mentre nel mondo c’è chi lavora per un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica. Pur non criticando direttamente Giorgia Meloni, sottolinea che la premier è andata al vertice di Parigi con un mandato chiaro: no a miliardi in armi e no a improbabili eserciti europei. Il problema, secondo Salvini, risiede nelle spinte interventiste provenienti da altre capitali europee, in particolare da Parigi. “Macron ha un disperato bisogno di visibilità, ma non è un nostro problema”, afferma il leader leghista in un’intervista al Corriere.
Il ministro delle Infrastrutture accusa l’Unione Europea di voler forzare la mano sul riarmo proprio mentre si discute di negoziati e tregue. Evidenzia come ci siano piani che prevedono ingenti investimenti in armamenti, mentre il mondo dovrebbe concentrarsi sulla pace. Una corsa agli armamenti che, secondo Salvini, rischia solo di far “saltare il tavolo” delle trattative.
Salvini critica il piano di difesa europeo inizialmente presentato come “Rearm Ue” e poi ribattezzato “Prontezza 2030”. Lo definisce una formula vuota: priva di dettagli concreti e con un titolo che è già stato cambiato in qualcosa che suona come una contraddizione in termini. Secondo il leader leghista, l’Europa manca di una visione strategica e il progetto, così com’è, è destinato a rimanere lettera morta.
A complicare ulteriormente la situazione, secondo Salvini, è il fatto che alcuni Stati membri stanno già prendendo strade autonome. Evidenzia come alcuni paesi stiano sviluppando piani propri per l’acquisto di armamenti, il che non rappresenta mai una buona notizia per l’unità europea. Il ministro descrive un’Europa sempre più disunita, incapace di muoversi come un blocco compatto e troppo sbilanciata su logiche militari, rischiando di diventare irrilevante anche sul piano geopolitico.
Salvini non è contrario all’idea di rafforzare la sicurezza, ma propone un modello alternativo. Si dichiara favorevole ad aumentare la quota NATO, ma “non solo con le armi”. Secondo lui, bisognerebbe investire anche in cyber-sicurezza e nelle infrastrutture strategiche. “Penso ai ponti, non solo a quello sullo Stretto ma anche a quelli sul Po”. Infrastrutture che, sostiene, sono fondamentali per la tenuta del Paese e devono rientrare nella pianificazione strategica.
Il leader della Lega racconta di aver portato questa proposta anche a livello europeo, durante un summit con i ministri dei Trasporti dei 27 Paesi Ue a Varsavia. “Se devo fare debito, lo faccio per sistemare le reti”, ribadisce, contrapposto all’idea di farlo “per i proiettili delle Kallas”. Per Salvini, si tratta di una questione di buon senso e di priorità: “Il concetto penso sia passato”.
Rapporti con gli Stati Uniti e missioni in Asia
Quanto ai rapporti con Washington, Salvini mostra pragmatismo. Ammette che i dazi introdotti da Donald Trump, soprattutto nel settore auto, “sono un danno”, ma crede che il problema possa essere risolto con buone trattative commerciali. “L’obiettivo di Trump non è l’Italia, ma Canada, Messico e Cina”. E sulla recente telefonata con il vicepresidente Usa JD Vance precisa che del tema “non si è parlato”.
In ogni caso, il ministro guarda già oltre l’Ue e punta a costruire relazioni dirette con i principali mercati globali. “Sto organizzando missioni in Cina, Giappone e Stati Uniti con aziende italiane di eccellenza per aprire nuove sedi e firmare nuovi contratti”, spiega. E aggiunge: “Non mi interessa se Trump è simpatico o antipatico. Io penso alla meccanica, al vino, alla farmaceutica, all’agroalimentare. Ma temo che l’Europa, che ha idee confuse sulla pace, le abbia anche sul commercio”. Il settore automobilistico è un’altra fonte di preoccupazione per Salvini, che non risparmia critiche a Stellantis: “Hanno già fatto quasi tutti i danni che potevano fare”. Il riferimento è al calo in Borsa, ma anche alle strategie aziendali che, secondo lui, stanno penalizzando l’industria italiana. “Dispiace che le auto perdano il 5% in Borsa. Ma il settore è morto, suicidato dal tutto elettrico”.
La Lega chiarisce la sua posizione anche con Molinari
A rafforzare ulteriormente la posizione della Lega è intervenuto anche il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, che parlando con i cronisti a Montecitorio – tra cui Lo Speciale – ha ribadito con fermezza la linea del Carroccio. Secondo Molinari, “la palla ora è in mano a Putin”, perché da parte di Zelensky e degli Stati Uniti “è stato fatto tutto il possibile per avviare un tavolo di pace, con grande disponibilità anche da parte dell’Ucraina”. Ora, afferma, spetta al presidente russo dimostrare di volere davvero la pace.
Sul tema delle spese militari, Molinari ribadisce il distinguo leghista: “Noi abbiamo sempre detto che siamo d’accordo ad aumentare le spese militari per adempiere all’impegno con la NATO, arrivando al 2% del PIL, ma continuiamo a contestare il piano von der Leyen da 800 miliardi di euro in debito comune”. Una posizione che si collega alle proposte italiane avanzate da Meloni in Consiglio Europeo e da Giorgetti all’Ecofin: “Potenziare InvestEU per favorire gli investimenti privati nel settore della difesa è per noi un modo più pragmatico e sostenibile”. Quanto all’eventuale coinvolgimento italiano in missioni sul terreno, Molinari precisa che l’unico scenario compatibile per la Lega sarebbe quello “sotto l’egida dell’ONU”, non certo la partecipazione a coalizioni di volenterosi “sul confine tra Ucraina e Russia”.
Un Salvini e una LEGA rischiano il cortocircuito nella maggioranza?
Le parole di Matteo Salvini mostrano una certa coerenza sul fronte della contrarietà al riarmo europeo e alla linea più interventista promossa da alcune capitali Ue, ma segnano anche una progressiva divergenza nei toni e nei contenuti rispetto al resto della maggioranza. Il vicepremier leghista sembra parlare a un elettorato che nutre diffidenza verso l’Unione Europea, un elettorato nuovo rispetto quello che negli ultimi anni la Lega ha in parte perso, anche in favore di Forza Italia. E non è un caso se, mentre accusa Macron di protagonismo, è proprio Salvini ad assumere un ruolo centrale nel dibattito pubblico con dichiarazioni tempestive, puntuali, e politicamente mirate, proprio a ridosso del viaggio di Meloni a Parigi. In questo senso, il protagonismo che rimprovera agli altri finisce per diventare anche il suo.
Ma questo attivismo non è neutro. Si inserisce in una dinamica più ampia che sta logorando gli equilibri della maggioranza. Tajani ha voluto chiarire che la politica estera la dettano la Premier e il ministro degli Esteri, ma la Lega ha ribadito il contrario, rivendicando un ruolo paritario nella definizione della linea internazionale dell’Italia. Un segnale che conferma il nervosismo interno, nonostante Giorgia Meloni abbia tentato di gestire la tensione convocando Salvini e Tajani per un confronto a tre a Palazzo Chigi, alla vigilia del vertice europeo. Meloni è stretta tra due esigenze: da un lato, non rompere con Bruxelles e neppure con Washington; dall’altro, tenere in equilibrio due alleati, Salvini e Tajani, ormai in rotta di collisione. Le parole del leader leghista e le reazioni che ne sono seguite dimostrano che questo equilibrio è sempre più precario, e che il vero cortocircuito nella maggioranza non è tanto tra Italia ed Europa, quanto tra i suoi due vicepremier.



