Dazi Trump, Italia ore 22: finisce la globalizzazione

giovedì, 3 Aprile 2025
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Donald Trump ha ribattezzato così il giorno del grande annuncio: “Liberation Day”. Ovvero il 2 aprile 2025, giornata che sarà ricordata come l’inizio della fine della globalizzazione. Una data da scolpire nel marmo, che di fatto chiude un capitolo lungo 34 anni. Davanti ai giornalisti, ai collaboratori e a un manipolo di alleati economici sempre più guardinghi, Trump ha presentato un piano che — nelle sue intenzioni — dovrebbe liberare l’America non solo dalla schiavitù degli scambi internazionali iniqui, ma dall’intero impianto della globalizzazione economica che, a suo dire, ha depredato la classe media americana, svuotato le fabbriche e arricchito le élite globali. È una dichiarazione d’indipendenza non più soltanto da singoli Paesi, ma dal sistema stesso del libero scambio globale.

Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone un dazio fisso del 10% su tutti i beni importati, senza distinzioni di categoria o di provenienza. A questo si sommano tariffe supplementari su 60 Paesi, determinate in base a un principio di “reciprocità” che la Casa Bianca definisce come specchio delle barriere che quei Paesi impongono alle merci americane. Alcuni esempi: 34% per la Cina, 35% per il Vietnam, 32% per Taiwan, 20% per l’Unione Europea. Il provvedimento si aggiunge a misure già in vigore: 25% su tutte le automobili importate (dal 3 aprile), 20% su tutti i beni dalla Cina, 25% su acciaio e alluminio, e dazi del 25% su Messico e Canada, recentemente attivati dopo accuse mai dimostrate legate al traffico di fentanyl.

L’attacco alla globalizzazione è dichiarato. In campagna elettorale, Trump ha più volte affermato che il libero scambio ha comportato una “deindustrializzazione pianificata” degli Stati Uniti. Secondo dati del Bureau of Labor Statistics, tra il 2000 e il 2020 gli Stati Uniti hanno perso quasi 5 milioni di posti di lavoro nel manifatturiero, in gran parte a causa della delocalizzazione produttiva. Il disavanzo commerciale con la Cina, passato da 83 miliardi di dollari nel 2001 a oltre 310 miliardi nel 2023, è diventato il simbolo stesso del fallimento dell’ordine globale per il trumpismo. La “liberazione”, dunque, è quella dalla logica dei trattati multilaterali, dalle catene globali del valore, dalle interdipendenze economiche che — secondo la sua visione — rendono l’America vulnerabile e meno sovrana.

Ma i numeri raccontano una realtà più complessa. Secondo il Congressional Budget Office, le precedenti ondate di dazi non hanno prodotto significativi risparmi fiscali, hanno contribuito ad aumentare il deficit federale e hanno innescato ritorsioni commerciali contro l’agricoltura americana, colpendo i redditi nelle zone rurali, proprio dove Trump raccoglie più consenso. JPMorgan Chase ha già rivisto al ribasso del 0,3% le stime di crescita del PIL USA per il 2025 a causa dell’incertezza tariffaria. Le borse hanno reagito male: l’indice S&P 500 ha segnato una flessione immediata, mentre le aspettative di inflazione sono schizzate ai massimi degli ultimi dodici mesi. E secondo uno studio della Federal Reserve Bank di New York, oltre il 60% dei costi dei dazi imposti tra 2018 e 2020 è stato traslato direttamente sui consumatori statunitensi.

L’onda d’urto arriva anche in Europa, Italia compresa. Il nostro Paese ha esportato verso gli Stati Uniti merci per oltre 65 miliardi di euro nel 2023, in settori ad alta intensità di valore: meccanica di precisione, farmaceutica, agroalimentare, moda. Le tariffe al 20% rischiano di erodere drasticamente la competitività di queste filiere. In un momento in cui la Germania arretra e la Francia rivede al ribasso la propria produzione industriale, l’Italia ha tutto da perdere. Per questo, non basta più l’approccio dell’Unione Europea: serve una diplomazia economica bilaterale forte, che faccia valere il peso dell’Italia come partner industriale chiave. Serve pragmatismo, non allineamento ideologico.

Trump ha chiamato tutto questo “Giorno della Liberazione”. Ma da cosa ci si libera davvero? Non da un nemico esterno, ma da un mondo che cambia, che impone adattamenti e visione. Non si libera un Paese appesantendolo di tasse indirette, né si conquista sovranità economica trasformando ogni alleato in un bersaglio. L’unica cosa che queste tariffe liberano è la scena per un patriottismo teatrale, muscolare, solitario, che si finge forza mentre scivola ai margini. Nelle mani di Trump, il protezionismo non è più uno strumento tattico, ma una dottrina. Una dottrina che pretende fede. Anche contro ogni evidenza. Anche contro l’interesse dell’America stessa.

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